Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Chris van der Heyden, Paul Verhoeven, Gerard Soeteman
Sceneggiatura:
Paul Verhoeven, Gerard Soeteman
Regia:
Paul Verhoeven
Prodotto da:
Fu Works, Hector Bv, Motel Films, Clockwork Pictures, Egoli Tossell Film Ag, Motion Investment Group
Distribuito da:
DNC
Edizione italiana:
Technicolor Sound Services
Dialoghi italiani:
Massimo Corvo
Direttore del Doppiaggio:
Massimo Corvo
Assistente al doppiaggio:
Nadia Aleotti
Fonico di doppiaggio:
Antonello Giorgiucci
Fonico di mix:
Francesco Cucinelli
Voci:
Carice van Houten:
Chiara Colizzi
Sebastian Koch:
Luca Ward
Thom Hoffman:
Massimo Lodolo
Halina Reijn:
Laura Boccanera
Waldemar Kobus:
Massimo Corvo
Derek de Lint:
Luigi La Monica
Dolf de Vries:
Bruno Alessandro
Christian Berkel:
Danilo De Girolamo
Peter Blok:
Ennio Coltorti
Ronald Armbrust:
Francesco Bulckaen
Frank Lammers:
Roberto Draghetti
Michiel Huisman:
Niseem Onorato
Johnny De Mol:
Stefano Crescentini
Matthias Schoenaerts:
Marco Baroni
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dialoghi italiani |
3 | |||
direzione del doppiaggio |
3,5 | |||
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È stato definito il capolavoro di Paul Verhoeven, e ha suscitato reazioni e critiche di ogni tipo. A di là delle considerazioni sui contenuti (revisionismo sì o no? Da che parte stanno i buoni? Anche i tedeschi delle SS avevano un’anima?) a noi interessa la qualità della versione italiana, ovvero se il linguaggio che usano i vari personaggi è verosimile e se la scelta dei doppiatori si è rivelata felice.
Dopo poche decine di minuti già ci accorgiamo del largo uso che si è scelto di fare del termine “crucco”. Sappiamo che questa parola è un dispregiativo di “tedesco” coniato proprio durante la Seconda Guerra Mondiale, ma, per quanto la scelta sia storicamente accettabile, è fastidiosa all’orecchio. Passata la prima mezz’ora, però, il suo uso diminuisce sensibilmente (o forse ci si fa l’abitudine). Quindi, se l’avessero spalmato meglio lungo tutta la durata del film sarebbe parso comunque adeguato ma l’avremmo notato meno e il doppiaggio ci avrebbe guadagnato.
C’è da dire, però, che l’adattamento non è fatto male, a parte qualche piccolo errore qua e là.
Un esempio: durante una sfilata successiva alla liberazione dell’Olanda da parte degli Alleati, Ronnie presenta a Rachel il fidanzato che, poiché il film comincia dalla fine, già sappiamo che diventerà il marito: «Questo è il mio boyfriend».
Ricordo che siamo nel 1946: forse “boyfriend” non è il termine più adeguato, considerato che le due donne sono olandesi e hanno parlato fino a quel momento con i tedeschi (si suppone che non abbiano grandissima dimestichezza con l’inglese), a meno che Ronnie non voglia intenzionalmente rendere partecipe l’uomo della conversazione. Troppo concettuoso per una banale presentazione in mezzo alla confusione della parata. “Fidanzato” sarebbe stato più appropriato per l’epoca.
Abbiamo poi delle cadute nel “doppiaggese”. Esempio: due giovani delle pompe funebri aiutano Rachel a nascondersi dopo che la sua famiglia è stata sterminata. Lei è innegabilmente molto carina, e uno di loro esprime il suo apprezzamento in maniera più che evidente. L’altro lo rimprovera dicendo: «Fatti un giro!».
Qui la scelta è caduta su uno stereotipo del registro basso, nel doppiaggio solitamente usato per rendere l’eloquio delle classi popolari. Sarebbe adeguato (benché consunto) all’estrazione del personaggio, ma non al tempo in cui si svolge l’azione, che pure dovrebbe essere tenuto presente: ho conosciuto molte persone che avevano tra i venti e i trenta anni alla fine della Seconda Guerra Mondiale, e nessuno di loro mi ha dato l’idea di essersi mai potuto esprimere così.
Passando alla direzione e all’interpretazione, gli attori scelti si sono dimostrati all’altezza del compito. L’unica riserva è su Massimo Lodolo: a tratti dava l’idea che amasse mettersi in posa.
Per il resto, tutto più o meno liscio, tranne in una scena: Franken chiede al capitano Muntze di firmare la condanna a morte di alcuni prigionieri; questi si rifiuta, rimproverandolo pubblicamente. Franken rimane basito, il viso è pietrificato: la sua voce no. Grida: «Heil, Hitler!», ma il movimento delle labbra è ridotto al minimo, e questo porterebbe più a un sussurro che a un urlo, a un saluto “fra i denti” che dovrebbe mostrare la sua rabbia repressa. E comunque il tono della conversazione non era tale da presupporre un grido al momento del saluto. Bisognerebbe però poter vedere l’originale per fare un confronto.
Certo stupisce scoprire che il l’attore che dà la voce a Franken sia anche il direttore del doppiaggio. A lui vanno comunque i miei complimenti per essersi scelto il personaggio più interessante dal punto di vista interpretativo.
Da sottolineare, oltre ai personaggi principali, il buon lavoro svolto dalla schiera dei comprimari che hanno dato il loro contributo alla riuscita di questo film; in particolare Boccanera, La Monica, Alessandro, Bulckaen, oltre alla non meglio identificata moglie del notaio.
Elisabetta Fumagalli
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