Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Rupert Holmes
Sceneggiatura:
Atom Egoyan
Regia:
Atom Egoyan
Prodotto da:
Serendipity Point Films
Distribuito da:
Fandango
Edizione italiana:
CD Cine Doppiaggi
Dialoghi italiani:
Marco Mete
Direttore del Doppiaggio:
Marco Mete
Assistente al doppiaggio:
Carla Mete
Fonico di doppiaggio:
Enzo Mandara
Fonico di mix:
Roberto Moroni
Sonorizzazione:
technicolor Sound Services
Voci:
Kevin Bacon:
Marco Mete
Colin Firth:
Massimo Lodolo
Alison Lohman:
Connie Bismuto
Sonja Bennett:
Ilaria Latini
Rachel Blanchard:
Perla Liberatori
Kristin Adams:
Monica Vulcano
Beau Starr:
Renzo Stacchi
Michael J. Reynolds:
Luciano De Ambrosis
Maury Chaykin:
Giorgio Lopez
Deborah Grover:
Maria Pia Di Meo
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dialoghi italiani |
1,5 | |||
direzione del doppiaggio |
2,5 | |||
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Karen O’Connor, giovane giornalista in carriera (e già bambina miracolata dalla poliomielite) scopre la tragica verità che sta dietro il divorzio artistico della coppia di stelle del varietà Lanny Morris-Vince Collins, avvenuto quindici anni prima, dopo la morte di Maureen, universitaria aspirante giornalista nonché cameriera stagionale. Insieme alla verità dei fatti, Karen scoprirà la verità umana di quelli che erano i suoi idoli di bambina, oltre che lati insospettati della propria personalità.
La storia si articola attraverso l’intreccio dei divergenti ricordi della vicenda, che corrispondono a diversi piani temporali: il racconto in flash-back della verità di Lanny attraverso un suo memoriale, quello attuale della verità di Vince che deriva dall’intervista che va rilasciando a Karen, le deduzioni della stessa Karen sulla morte di Maureen.
Potrebbe essere un bell’intreccio, ma superata l’iniziale suggestione delle atmosfere alla L.A. Confidential, il film si rivela inferiore alle aspettative, per concludersi con l’amara verità che l’assassino è sempre il maggiordomo.
Se è deludente il film, altrettanto lo è il doppiaggio, poco curato sia sul lato della scrittura che su quello dell’interpretazione.
Sul piano della scrittura, si notano piccole imperfezioni che se non altro dimostrano disattenzione e fretta nel risolvere i problemi linguistici. Ne riporto solo qualche esempio.
Per la serie delle disattenzioni, Karen, che comincia a sospettare di Lanny, dice: “Era impossibile pensare che potesse essere un killer”, con un uso discutibile, per uno che semmai ha ucciso una sola persona, del termine “killer” in luogo di un più opportuno “assassino” (a che pro, allora, usare il preziosismo tecnico “polistirene” invece del più comune sinonimo “polistirolo”?).
Per la serie delle non-soluzioni, il dialoghista, che pure si dimostra all’altezza nella resa appropriata degli spezzoni di show del duo, poi cade proprio sul gioco di parole: Karen, mentre è alle prese con l’intervista a Vince, conosce casualmente Lanny e per evitare complicazioni professionali si spaccia per un’amica con cui ha fatto a cambio di casa; quando accetta che Lanny l’accompagni a casa (per inciso, chiamata qui come ormai sempre “appartamento”; lo dico ma credo che sia una battaglia persa), in ascensore lui le chiede il piano e lei, non abitando lì, indugia e risponde (forse ricordandolo dall’indirizzo postale): “Four-D”. In inglese è chiara l’assonanza con “fourteen”, per cui lui risponde: “Quattordici? Arriva solo al sesto”. In italiano lasciare un’assonanza che non c’è tra “quattro-D” e “quattordici” rende il gioco poco immediato e, cosa peggiore, induce inevitabilmente lo spettatore a un parallelo mentale con la forma inglese, pensiero sempre inopportuno mentre si vede un film. Allo stesso modo, è sgradevole la traduzione dell’abitudine di Vince di avere sempre qualche donna “a portata di mano... Bè, non proprio sulla mano”. Questa affermazione, ripetuta più volte in quanto scritta nel memoriale di Lanny e riportata da Vince come fosse sua, è la chiave che fa capire a Karen che la storia di quella notte è una verità di comodo, una falsa verità. Peraltro è una battuta scritta, come tutte quelle che Lanny creava ai tempi d’oro per il duo, quindi attira la nostra attenzione per entrambe le ragioni. Per quanto non del tutto esatto rispetto alla “dinamica” reale (Lanny ci informa di preferire la posizione del missionario per poter guardare le donne negli occhi, mentre Vince, almeno con le donne, pare preferire stare sotto), un “bè, non proprio di mano” sarebbe stato altrettanto chiaro e più plausibile da un professionista di frizzi e lazzi.
Ma il problema principale dei dialoghi italiani del film è un altro: l’alternarsi dei piani temporali avrebbe richiesto una scelta preventiva e un susseguente rigore nell’uso dei tempi verbali. Quella che spiazza e disorienta nel seguire i diversi tempi della vicenda è invece la consecutio sempre incerta, che nel racconto di Lanny fa alternare al presente storico non il passato remoto ma un inesatto passato prossimo. Detta così sembra una pedanteria, ma assicuro che sentir raccontare una storia di quindici anni prima, per di più in forma scritta, all’imperfetto + passato prossimo, mentre nel presente si parla di ieri al remoto, è molto fastidioso.
Per quanto riguarda la direzione del doppiaggio e l’interpretazione, Marco Mete, in questo suo “one man show” (è adattatore, direttore e doppiatore di Kevin Bacon) ci pare proprio aver esagerato: forse la sua prestazione migliore è come doppiatore: per quanto Massimo Lodolo sia più in parte del solito (si apprende con piacere della sua presenza solo dai titoli di coda), la scelta e la direzione di Connie Bismuto nella parte di Karen sono assolutamente discutibili: Karen nasconde la tempra di una irlandese caparbia e intelligente dietro una facciotta tonda e un aspetto mite; va bene la dolcezza, ma non era necessario costringere la Bismuto (a meno di una sua inadeguatezza strutturale) a una recitazione monocorde, che non trasmette nessuna inquietudine ed è anzi inutilmente melensa per tutto il film, con il risultato che ci si chiede fino alla fine come una ragazzina che sembra così inadeguata perfino a fare la giornalista possa rivelarsi un sottile investigatore.
Giovanni Rampazzo
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