Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Antonio J. Mendez, Joshuah Bearman
Sceneggiatura:
Chris Terrio
Regia:
Ben Affleck
Prodotto da:
GRANT HESLOV, BEN AFFLECK E GEORGE CLOONEY PER GK FILMS, SMOKE HOUSE, WARNER BROS. PICTURES
Distribuito da:
WARNER BROS. PICTURES ITALIA
Edizione italiana:
DUBBING BROTHERS INT. ITALIA
Dialoghi italiani:
CARLO COSOLO
Direttore del Doppiaggio:
CARLO COSOLO
Assistente al doppiaggio:
ANDREINA D'ANDREIS
Fonico di doppiaggio:
ALESSIO MONCELSI
Fonico di mix:
EMANUELE LEOLINI
Voci:
Ben Affleck:
Riccardo Rossi
Alan Arkin:
Manlio De Angelis
John Goodman:
Angelo Nicotra
Bryan Cranston:
Stefano De Sando
Victor Garber:
Ambrogio Colombo
Tate Donovan:
Sergio Lucchetti
Clea DuVall:
Laura Lenghi
Scoot McNairy:
Gianfranco Miranda
Rory Cochrane:
Riccardo Scarafoni
Christopher Denham:
Stefano Crescentini
Kerry Bishé:
Francesca Manicone
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dialoghi italiani |
2,5 | |||
direzione del doppiaggio |
4,5 | |||
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Animato da sano spirito democratico, Ben Affleck, con la complicità di George Clooney alla produzione, ci racconta la storia (vera, ma così cinematografica da non sembrarlo) di come uno scaltro agente della CIA riuscì a portar fuori dall’Iran i sei ostaggi americani scappati dall’Ambasciata prima di diventare tali e riparati dai canadesi.
Anche il più sano spirito democratico, si sa, ha i suoi limiti – da notare l’involontario razzismo per cui gli iraniani avranno pure le loro ragioni per essere arrabbiati, ma anche i più evoluti di loro sono rimasti così bambinoni che basta fargli il verso dell’astronave per fregarli – ma il film sta molto in piedi, perfettamente settantile nel cast e anche nel ritmo.
Venendo al doppiaggio, è molto ritmato anch’esso, con le buone interpretazioni d’antan di tutto il cast di doppiatori, che ricreano (e non capita più tanto spesso) la rassicurante atmosfera del buon vecchio doppiaggio di casa nostra.
Cosolo ben identifica la cifra del film nel ritmo (Oscar, infatti, anche per la sceneggiatura e per il montaggio), ma la sua ricerca di velocità è talmente forsennata da nuocere, in alcuni punti, alla scorrevolezza dei dialoghi. Mi riferisco, in particolare, alle iniziali battute concitate in ambiente CIA alla notizia dell’attacco all’Ambasciata, il senso delle quali, anche a fare il massimo dello sforzo, più che capire si intuisce. La stessa frenesia è forse all’origine di una serie di superficialità durante l’invasione dell’Ambasciata, che vanno da bocche in primissimo piano non coperte, con un brutto effetto-pesce, al mix incerto tra doppiato e originale, al non aver capito (e quindi aver lasciato in originale) una frase pronunciata da un iraniano non in farsi ma in inglese: «who had did this» (chi ha osato tirare freccette all’immagine dell’Ayatollah?).
Altro limite dei dialoghi italiani è la strategia traduttiva a mio parere eccessivamente orientata alla lingua di partenza. Perché, insomma, in un film di ambientazione “datata” lasciare in inglese una serie di parole di cui esiste il corrispettivo italiano, scelta di per sé discutibile ma che in questo caso ha anche l’effetto di rendere il tutto troppo moderno? Mi riferisco a espressioni come «abbiamo bisogno di security», «committee», «questa la chiamate intelligence?», il mirino o, più raro, inquadratore lasciato «view finder», l’onorificenza «intelligence star», ecc.
Altrove, e nello stesso senso, poteva essere fatta un po’ di attenzione nel trovare corrispettivi più coevi alle vicende di quanto lo siano «testato», «informazioni sensibili», concetto entrato nel diritto e nella cultura italiani non prima degli anni Duemila, «esfiltrare», termine anche questo coniato, come calco del corrispettivo inglese, negli anni Novanta, quando venne alla luce Gladio e, per finire, «assolvenza», traduzione di «fade in» nata in ambiente informatico con i programmi di montaggio e passata sì al linguaggio cinematografico, ma non certo nel 1980.
Giovanni Rampazzo
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