Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Stephen Schiff, Bryan Burrough
Sceneggiatura:
Allan Loeb, Stephen Schiff
Regia:
Oliver Stone
Prodotto da:
OLIVER STONE, MICHAEL DOUGLAS, ERIC KOPELOFF, EDWARD R. PRESSMAN PER EDWARD R. PRESSMAN FILM
Distribuito da:
20TH CENTURY FOX ITALIA
Edizione italiana:
TECHNICOLOR spa
Dialoghi italiani:
MARIO PAOLINELLI, ELEONORA DI FORTUNATO
Direttore del Doppiaggio:
MASSIMO GIULIANI
Assistente al doppiaggio:
PAOLO MAGLIOZZI
Fonico di doppiaggio:
CHRISTIAN MURGIA
Fonico di mix:
FRANCESCO CUCINELLI
Voci:
Michael Douglas:
Giancarlo Giannini
Shia LaBeouf:
Daniele Giuliani
Josh Brolin:
Angelo Maggi
Carey Mulligan:
Valentina Mari
Eli Wallach:
Segio Graziani
Susan Sarandon:
Maria Pia Di Meo
Frank Langella:
Bruno Alessandro
Charlie Sheen:
Massimo Rossi
Vanessa Ferlito:
Daniela Calò
Austin Pendleton:
Oliviero Dinelli
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dialoghi italiani |
2 | |||
direzione del doppiaggio |
3,5 | |||
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L’ultimo affresco del grande moralista (e non è un insulto) Oliver Stone ci illustra la malattia dei nostri tempi, la finanza, e il suo virus, il prestito. Una malattia “sistemica, maligna, globale, come il cancro”. Lontano dalla grandezza di JFK, dai fasti visionari di Assassini nati, dalla monumentalità di Nixon, anche in questo seguito di Wall Street - come nel precedente W. - Stone sembra preso da una sorta di fretta produttiva e ci lascia un’opera “incerta”, non indispensabile, malgrado il tema fosse perfettamente nelle sue corde. Lo dico con un certo dispiacere, ma il finale, con il perfido Gekko che si commuove di fronte all’ecografia del nipotino e lo stacco sul primo compleanno del pupo, con la varia umanità che fa quello che sa fare - vivere - mentre l’ennesima bolla della nostra storia sale indistruttibile verso il cielo, hanno un che di incompiuto, di poco chiaro, di equivocamente riconciliatorio.
Incompiuto e imperfetto è anche il doppiaggio italiano, a partire dai dialoghi. Paolinelli, “storico” dialoghista dei film di Stone, e la Di Fortunato stavolta sembrano non essere completamente in sintonia, prima di tutto con se stessi. Fanno molto bene nel gergo tecnico, che non risente, a distanza, del confronto con termini e argomenti diventati solo poco dopo di uso corrente anche qui da noi, mentre cadono sul linguaggio quotidiano, peraltro contraddicendo quanto vanno teorizzando. Mi riferisco, ad esempio, a espressioni come la risposta secca «assolutamente» sull’inglese «absolutely». «Assolutamente sì o assolutamente no?», ironizza il personaggio di un divertente corto sui mali del doppiaggese che i due hanno (con altri) curato ma forse anche dimenticato, visto che qui lo utilizzano per ben due volte.
Andando avanti sul tema del «fate quello che dico e non quello che faccio», i due, nel loro manuale sulla traduzione cinematografica, spiegano bene il «sincrono gestuale», ovvero «il rispetto dei movimenti del corpo, in funzione dei quali decidere cosa far dire all’attore». Perché, allora, sulle tre dita che Gekko mostra chiaramente in primo piano dicendo «Buy my book» piazzano un bel «Ve lo dico io in quattro parole. Comprate il mio libro»?
Una serie di imprecisioni lessicali non migliorano la situazione; cito tra tutte solo un «razza umana» su «human race», che, dato il tono scientifico del discorso (si parla di bolla del cambriano) sarebbe stato meglio tradurre «specie», essendo quella umana, appunto, una specie e non una razza.
I forse evitabili problemi di sinc completano un quadro molto inferiore alle aspettative.
Passando all’interpretazione, di grande rilievo Bruno Alessandro su Frank Langella e Angelo Maggi su Josh Brolin, peraltro i due personaggi più interessanti e ben costruiti del film; Daniele Giuliani e Valentina Mari stanno dietro dignitosamente al tono melenso dei due protagonisti, mentre Giannini replica Michael Douglas con la tecnicità del professionista.
La replica...
gentile Rampazzo, leggendo la sua critica impietosa siamo rimasti sinceramente stupiti: non ci riconoscevamo in nessuno degli orrori da lei notati e sottolineati. Così abbiamo fatto una cosa che non avevamo mai fatto prima: abbiamo comprato il dvd e ci siamo visti il film doppiato con di fronte il copione scritto da noi. Un’esperienza davvero triste e umiliante. Il nostro testo, peraltro approvato dall’allora capo ufficio edizioni della Fox, è stato quasi completamente - non solo, quindi, nelle parti che lei segnala - stravolto, e mai, secondo noi, a beneficio del film. L’unica modifica di cui eravamo al corrente per esserci trovati casualmente in sala di doppiaggio, e con la quale non concordavamo, è quella delle tre/quattro parole, motivata dal direttore con il solido argomento: “Ma tanto, chi se ne accorge?”. A questo punto, che dire? La pratica, tra l’altro non consentita dalla legge, di modificare a proprio gusto in sala il testo del dialoghista - naturalmente senza avvertirlo - è, evidentemente, più diffusa e incisiva di quello che pensavamo. Per quanto riguarda il fine dei cambiamenti, non crediamo possa essere stato quello di “aggiustare” il nostro lavoro, visto che possiamo tranquillamente affermare che ogni battuta cambiata ha aggiunto un errore di traduzione, di senso o di sinc assenti nel nostro testo. Dev’esserci dell’altro, ma non sta a noi scoprirlo o diagnosticarlo. Quello che resta è l’amarezza di scoprirci lesi e indifesi nella nostra dignità di professionisti che cercano di lavorare al meglio e con amore, insieme alla considerazione, altrettanto amara, che opere che sono costate fatica e denaro vengano lasciate alla mercè del caso, del primo che passa, indifese anche loro dall’approssimazione e dalla cialtroneria. Grazie, comunque, per il suo lavoro e per quello di tutta la redazione.
Eleonora Di Fortunato e Mario Paolinelli
Il punto di vista di...
Da tempo sul sito non leggevo articoli interessanti come questo, che è stato valorizzato dalla risposta dei sigg. Di Fortunato e Paolinelli. Mi piacerebbe sapere da loro in che modo avevano originariamente adattato il "Buy my book": non conosco il film, ma potrei immaginare come valida soluzione un "Comprate questo libro"...
Il punto di vista di...
Gentile Redazione di ASINC, ho letto con orrore la risposta di Paolinelli e Di Fortunato. Se è questa la stima che merita un'arte mai riconosciuta come quella sottile e raffinata del doppiaggio, forse è proprio il caso di unirsi alla schiera dei tanti, ignari della storia del doppiaggio italiano e puriristi per snobismo, che "il film se lo vedono in inglese". Che amarezza, che sconforto. La mia grande solidarietà a Di Fortunato e Paolinelli.
Lidia Zitara
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