Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Daniel Woodrell
Sceneggiatura:
Debra Granik, Anne Rosellini
Regia:
Debra Granik
Prodotto da:
ANNE ROSELLINI E ALIX MADIGAN YORKIN PER WINTER'S BONE PRODUCTIONS, ANONYMOUS CONTENT
Distribuito da:
BOLERO FILM
Edizione italiana:
TECHNICOLOR spa
Dialoghi italiani:
LAURA COSENZA
Direttore del Doppiaggio:
MELINA MARTELLO
Assistente al doppiaggio:
EMILIANA LUINI
Fonico di doppiaggio:
GIOVANBATTISTA MARIANI
Fonico di mix:
FRANCESCO TUMMINELLO
Voci:
Jennifer Lawrence:
Alessia Amendola
John Hawkes:
Gaetano Varcasia
Lauren Sweetser:
Valentina Mari
Garret Dillahunt:
Massimiliano Manfredi
Dale Dickey:
Ludovica Modugno
Tate Taylor:
Fabrizio Vidale
William White:
Fabio Boccanera
Ron 'Stray Dog' Hall:
Bruno Alessandro
Shelley Waggener:
Francesca Guadagno
Kevin Breznahan:
Massimo Lodolo
Cinnamon Schultz:
Laura Romano
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
![]() |
dialoghi italiani |
2,5 | |||
direzione del doppiaggio |
3,5 | |||
![]() |
||||
![]() |
||||
![]() |
||||
![]() |
||||
![]() |
Come siamo lontani dalle atmosfere ironiche e pungenti che uscivano dalle tavole di Al Capp con i suoi buffi personaggi ambientati a Dogpatch, Li'l Abner Yokum fra tutti, e dalle giocose immagini evocate dalle pagine di Vacanze matte di Richard Powell, per descrivere le comunità rurali rimaste lontane dal “progresso” americano a causa dell’isolamento geografico che certo non favoriva le comunicazioni ma neanche il rinnovamento del sangue, tanto da obbligare gli abitanti a innumerevoli unioni tra consanguinei, con le conseguenze che si possono immaginare. Ricordate gli scenari e i coprotagonisti di Un tranquillo week-end di paura? Bè, in Un gelido inverno le cose hanno preso una piega ancora peggiore e al posto degli straniati Kwimper abbiamo i Dolly che al pari degli altri non si sono affatto integrati, ma in compenso hanno assimilato il peggio del “mondo civilizzato” e infatti dalla distilleria clandestina sono passati ai laboratori che fabbricano anfetamina. Come è difficile sopravvivere in America, sia che tu sia sperduto sugli Appalachi o nelle lande del Missouri, nel Deserto Dipinto o a Central Park, quando ti accorgi che non c’è più nessuna frontiera da raggiungere e che stanno per venderti il coonestoga, la terra o l’anima perché non hai i soldi della cauzione. Ree, eroina selvaggia in mezzo a bestie feroci, ha pochi strumenti a disposizione ma le saranno sufficienti per imporre la sua sopravvivenza. Puro neorealismo made in Usa questo bel film di Debra Granik tratto dal romanzo di Daniel Woodrell, in cui la vita è legata al silenzio, unica possibilità di scampo della tribù dei vinti. E con un doppiaggio teso e adeguato che interpreta la disperazione e la rabbia senza sovrastare i personaggi; voci ben scelte per tutti i ruoli: bravissima Alessia Amendola su Ree, ma anche Gaetano Varcasia sullo zio, Ludovica Modugno perfetta su Dale Dickey, come Massimo Lodolo su Little Arthur. Peccato invece per la decisione di non doppiare il banditore d’asta dei bovini e il brusio del recinto vendite, sarebbe stata una bella sfida, vista la difficoltà. Lasciare il tutto in originale disorienta un po’, come se di colpo il film si trasformasse in un documentario. Come d’altro canto sentir parlare in originale, seppur una sola frase in fuori campo, la donna che canta durante la sua festa di compleanno. Dialogo di buon livello anche se un po’ troppo pulito per il livello di alfabetizzazione di certe comunità. Ma se alcuni errori sono giustamente collocati a definire la rozzezza e l’ignoranza dei protagonisti, altri sono meno comprensibili, come nella comunicazione interna della scuola, quando si sente l’altoparlante dire «tutte le classi e le loro famiglie»; o l’inutile ripetizione: «Troverò io mio padre». - «E fa’ capire a tuo padre la gravità della faccenda». Poi una lezione di cucina ridondante e poco spontanea: «Un po’ di stufato di cervo vi andrebbe? E allora venite a guardarmi mentre lo preparo». Oppure quando sono tutti riuniti per liquidare Ree e un patibolare piazza un bel congiuntivo raffinato dicendo: «Non sto qui ad aspettare che entri quel figlio di puttana», quando poi il senso sembra essere diverso e cioè che lui non ci resta lì con quell’altro. Insomma, poche cose, ma fastidiosamente irreali in un film così vero.
Giacomo Depero
![]() |
||
![]() |
![]() |
|
![]() |
![]() |
![]() |
La redazione si riserva la facoltà di pubblicare i contributi inviati, fatto salvo ovviamente ogni diritto di replica.