Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Alfred Uhry
Sceneggiatura:
Alfred Uhry
Regia:
Bruce Beresford
Prodotto da:
RICHARD D. ZANUCK, LILI FINI ZANUCK PER THE ZANUCK COMPANY, MAJESTIC FILM, WARNER BROS
Distribuito da:
LIFE INTERNATIONAL
Dialoghi italiani:
ALBERTO PIFERI
Direttore del Doppiaggio:
FILIPPO OTTONI
Voci:
Jessica Tandy:
MICAELA GIUSTINIANI
Morgan Freeman:
UGO MARIA MOROSI
Dan Aykroyd:
GIORGIO LOPEZ
Patti LuPone:
FABRIZIA CASTAGNOLI
Esther Rolle:
FLORA CAROSELLO
Clarice F. Geigerman:
FRANCA DOMINICI
Muriel Moore:
FRANCESCA PALOPOLI
Sylvia Kaler:
MIRANDA BONANSEA
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dialoghi italiani |
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direzione del doppiaggio |
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Film iperpremiato e a mio avviso ipervalutato questo di Beresford che nel 1990 vinse tre Golden Globe e quattro Oscar, nonché due Orsi d’argento a Berlino. Riconoscimenti più che giusti per Jessica Tandy e Morgan Freeman, meno – in una certa chiave di lettura – per la regia e la sceneggiatura, assai zuccherose e scollate nel descrivere le noiose chilometriche avventure di un’ebrea bisbetica e del suo negro da cortile automunito. Con in aggiunta, e di rilievo, un Aykroyd esemplare ma completamente fuori posto. Una commediola dei buoni sentimenti così aggraziata nella sua confezione ipocrita da sembrare tanto, ma tanto delicata agli occhietti umidi delle moltitudini acclamanti il politicamente corretto. Da un altro punto di vista, ma solo da quello dei negri dei campi e dei loro discendenti, un esemplare affresco della violenza morale a cui erano sottoposti durante la segregazione. Almeno fino a Rosa Parks. Di quella fisica parlano le migliaia di neri linciati dai cittadini bianchi tanto perbene e dai membri del KKK. Parla la Storia e parlano ben altri film. Dall’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti, durata trecento anni, avvenuta nel 1863, dovranno passare altri cento anni per vedere sancita con il Civil Rights Act la fine – si fa per dire – della segregazione razziale negli stati del sud.
Di fronte a questo po’-po’ di impegno e di portato il doppiaggio ha deciso di indossare l’abito buono e di pavoneggiarsi un po’, senza però preoccuparsi di alcune scuciture e di qualche toppa. Per una Giustiniani che entra perfettamente nell’anima della vecchia Daisy Werthan, abbiamo un Morosi che copre egregiamente Hoke nella prima parte ma che non invecchia con lui nella seconda. A seguire, il pur bravo Lopez sul giovane Werthan amplifica il tono macchiettistico di Aykroyd rendendolo ancor più improbabile, mentre la moglie, Patti LuPone, coperta da Fabrizia Castagnoli, stenta a manifestare la sua forte identità espressiva. Tutti centrati e bravissimi i piccoli ruoli. Molto sgradevole Martin Luther King lasciato in originale. Il dialogo è fluido, misurato e brillante, ma stranamente – vista la firma - con qualche piccola pecca: a volte didascalico («È meglio che non giochi a mah-jong»), a volte letterale («assaggi l’acqua sulle mie dita»), a volte impreciso («cinque minuti fa uscito dalla Georgia? »). Infine una disattenzione: Hoke chiama alternativamente Daisy «Miss» o «Signora». Ricordandoci che il film è doppiato.
Giacomo Depero
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