Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Alan Moore, David Lloyd
Sceneggiatura:
Andy Wachowski, Lana Wachowski
Regia:
James McTeigue
Prodotto da:
JOEL SILVER, GRANT HILL, ANDY E LARRY WACHOWSKI PER SILVER PICTURES, WARNER BROS. PICTURES
Distribuito da:
WARNER BROS. ITALIA
Edizione italiana:
C.D. Cine Doppiaggi
Dialoghi italiani:
TONINO ACCOLLA
Direttore del Doppiaggio:
TONINO ACCOLLA
Assistente al doppiaggio:
ROBERTA SCHIAVON
Fonico di doppiaggio:
MARIO FREZZA
Fonico di mix:
GIANNI PALLOTTO
Sonorizzazione:
TECHNICOLOR SOUND SERVICES
Voci:
Natalie Portman:
CONNIE BISMUTO
Hugo Weaving:
GABRIELE LAVIA
Stephen Rea:
MARCO METE
Stephen Fry:
STEFANO DE SANDO
Rupert Graves:
MASSIMO LODOLO
John Hurt:
OMERO ANTONUTTI
Tim Pigott-Smith:
LUCIANO DE AMBROSIS
Roger Allam:
ORESTE RIZZINI
Natasha Wightman:
CHIARA MUTI
Eddie Marsan:
FRANCO MANNELLA
Ben Miles:
CHRISTIAN IANSANTE
Sinéad Cusack:
MARIA PIA DI MEO
John Standing:
BRUNO ALESSANDRO
Ian Burfield:
ROBERTO DRAGHETTI
Mark Phoenix:
LUIGI FERRARO
Andy Rashleigh:
NINO PRESTER
Malcolm Sinclair:
FABRIZIO PUCCI
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dialoghi italiani |
3 | |||
direzione del doppiaggio |
3,5 | |||
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In questi tempi bui, almeno qui da noi, per la libertà di espressione, e in cui la manipolazione dell’informazione pare giunta (anche se ogni giorno il limite si sposta più avanti) al termine massimo, mi sembra doveroso ricordare questo film di qualche anno fa, in cui un oscuro vendicatore mascherato rivela a un’Inghilterra sottomessa a uno spaventoso regime mediatico le trame del potere, risvegliando nella popolazione la dignità ormai spenta e la giusta voglia di rivalsa e libertà. Il tutto con grande dispendio di scene, costumi ed effetti, scelta di stile che ha fatto gridare allo scandalo Alan Moore – autore del fumetto da cui il film è tratto – e i suoi puristi seguaci, e che ha invece a mio parere l’impagabile pregio di rendere l’argomento coinvolgente, direi quasi entusiasmante, per un pubblico impigrito, che “rischia” così di riconoscersi o addirittura immedesimarsi nell’ottuso popolo di cittadini/spettatori del film.
Direi buono, in quanto coinvolgente, anche il doppiaggio italiano, pur con qualche pecca che per dovere professionale vado ad elencare, a partire dalla scelta di pronunciare “vi”, alla milanese, la “vu”, all’italiana, protagonista del film, oltre a qualche imprecisione nell’uso del congiuntivo («Ma come poteva sapere che fosse lui?»), una improbabile «cassiera» al «mercato» (forse era il supermercato), e a un sinc spesso tentennante.
Ma il grande problema traduttivo del film era senz’altro quello di rendere in italiano l’eloquio di V, più che verboso, strutturato in pentametri giambici, verso classico della poesia inglese. Qui la scelta era sicuramente ardua: utilizzare l’endecasillabo avrebbe avuto senz’altro il pregio di segnalare l’alterità del linguaggio di V, senza peraltro problemi di sinc, poiché il personaggio è permanentemente mascherato; tuttavia la lingua italiana, al contrario dell’inglese, scarseggia di monosillabi e ha una pronuncia più scandita e piana, il che crea il problema – ben noto ai traduttori di Shakespeare – di riuscire a trasportare l’intero significato di un verso nel corrispondente verso tradotto. Un’alternativa valida sarebbe stata l’uso di una metrica mobile, più incollata al ritmo originale. Qui, invece, la scelta del dialoghista è stata una versione in prosa che trasporta l’alterità nella sintassi complessa e nel lessico forbito; una scelta sicuramente riduttiva, ma tuttavia abbastanza funzionale, che però cade in contraddizione quando sentiamo V dare del tu a Evey: il voi sarebbe stato più coerente. Uno sforzo poteva essere fatto almeno nella traduzione della citazione dal Macbeth «I dare do all that may become a man / Who dares do more is none», che viene tradotta «Io oso fare tutto ciò che può essere degno di un uomo. Chi osa di più non lo è», con grave perdita, oltre che di metrica, di chiarezza. Perché non usare una delle traduzioni classiche esistenti, così da giustificare il fatto che Evey lo riconosce subito?
Buona, ma a questo punto anche obbligata, la scelta di chiamare Gabriele Lavia a doppiare Hugo Weaving, anche se le sue capacità di interpretazione shakespeariana risultano un po’ inutili e smorzate dal testo.
Altro errore, più grave perché immotivato oltre che evitabile, quello di lasciare in originale il film preferito da V, Il conte di Montecristo di R. V. Lee, pellicola del ’34 che il protagonista vede e rivede e di cui ripete pure le battute. Ovvio che la ragione sia la mancanza della colonna originale doppiata, ma un ridoppiaggio “d’epoca” della breve scena non sarebbe costato molto alla Warner Bros. e avrebbe fatto guadagnare all’edizione italiana qualche punto in più.
Sul piano dell’interpretazione, bravi o almeno sufficienti tutti, con un grande interrogativo: perché chiamare Chiara Muti, che oltre a essere poco convincente ha anche grossi problemi di dizione?
Valerio Moretti
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