Recensioni Reviews
Scheda
Soggetto:
Matthew Michael Carnahan
Sceneggiatura:
Matthew Michael Carnahan
Regia:
Robert Redford
Prodotto da:
Metro Goldwin Mayer, United Artists
Distribuito da:
XX Century Fox
Edizione italiana:
Pumais due
Dialoghi italiani:
Fiamma Izzo
Direttore del Doppiaggio:
Fiamma Izzo
Assistente al doppiaggio:
Simona Romeo
Fonico di doppiaggio:
Carlo Ricotta
Fonico di mix:
Lora Hirschberg
Sonorizzazione:
Technicolor Sound Services
Supervisione artistica:
Gianfranco Rosi
Voci:
Robert Redford:
Adalberto Maria Merli
Meryl Streep:
Maria Pia Di Meo
Tom Cruise:
Roberto Chevalier
Andrew Garfield:
Davide Perino
Michael Peña:
Francesco Venditti
Derek Luke:
Simone D’Andrea
Peter Berg:
Stefano Benassi
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Robert Redford vuole dimostrarci che è un uomo liberal e un regista impegnato, ma non ce n’era bisogno e soprattutto non propinandoci un’ora e mezza di chiacchiere retoriche e sempliciotte che avrebbero voluto rappresentare teoria, prassi e coscienza della politica, ma non riescono neanche per un istante a diventare cinema.
Perché il messaggio (la guerra è una cosa sporca che serve ai politici per far carriera; tuttavia l’umanità può salvarsi se i cittadini non si fanno fregare dai media ma si impegnano in prima persona) arrivasse forte e chiaro a tutte le latitudini, la possente macchina holliwoodiana ha costruito versioni internazionali in cui tutti gli elementi scritti (dalla citazione di Roosevelt appesa nello studio del senatore ai dispacci militari e ai titoli del TG) sono nella nostra lingua. L’effetto di tanto sforzo è anch’esso anticinematografico e in più grottesco: passi tradurre documenti personali come un biglietto o una lettera d’amore, ma è straniante perché del tutto inverosimile che comunicazioni ufficiali siano espresse a Washington e dintorni in una lingua che non sia l’inglese. D’altro canto, se la “convenzione” con il pubblico ha perso nel tempo questa modalità, in voga nell’analfabeta Italia post-fascista ma che già mostrava la corda nell’italica versione dei film di Kubrik, sembra fuori luogo rispolverarla oggi. Non escludo che parte della responsabilità della mancanza di capacità di coinvolgimento di questo film sia da attribuire a questo banale e controproducente trucchetto.
Un brutto film forse non merita un buon doppiaggio, e qui il merito della coerenza va a Fiamma Izzo e al suo folto stuolo di collaboratori (due supervisori, tre consulenti e addirittura un traduttore. Parentesi nella parentesi: a che pro la presenza di un traduttore nel doppiaggio di un film americano? e allora che fa il dialoghista?), che hanno contribuito a scrivere uno dei dialoghi più inconsistenti, incomprensibili e ridicoli della stagione.
Per cominciare, perché alla prima pagina del Time scritta in italiano si contrappone un cartello con l’ora locale scritta, secondo il criterio americano, con A.M. e P.M.? Perché localizzare i voti d’esame oggetto del discorso tra il professor Redford e lo studentello Garfield (ti do un ventisei, preferisci un diciotto eccetera) e poi parlare di «una cima di 8000 piedi»? Insomma, perché lasciare – ma solo qua e là, apparentemente senza un criterio – un che di “colore locale” quando era stato fatto tanto per perderlo?
Il difetto principale del dialogo è l’inconsistenza: tutti parlano continuamente, ma si fa fatica a seguirli perché in realtà non dicono niente. Come fa l’universitario figlio di papà che vorrebbe scegliere il disimpegno ad apparire tanto brillante al professore di scienze politiche visto che blatera frasi senza senso? Forse perché anche il professore parla come lui?
E al di là del tono consapevole del proprio ruolo del senatore falco Cruise e della giornalista impegnata Streep, che senso hanno dialoghi come:
- La seconda ragione è brutta.
- Brutta? Nel senso che non è ufficiale?
Per il resto il dialogo inciampa continuamente in costruzioni ai limiti dell’equilibrismo («Un cannone antiaereo che non può sparare sarebbe una vera trappola»), errori di sincronismo labiale (tutta la parte dello studente è completamente fuori ritmo) e logico (il militare che spiega l’azione di guerriglia alla truppa, mentre la MdP sottolinea il gesto di indicare un punto preciso di una cartina, dice, in totale scoordinamento gesto-parola, «l’intelligence riferisce…»), scelte lessicali quantomeno discutibili (il senatore afferma: «chi occupa le alture detiene la capacità di osservare, la prerogativa di attaccare, l’opportunità di presidiare». Non sarà, nel caso, quella di attaccare una opportunità e quella di presidiare – se piace tanto il termine – una prerogativa?), fino ad arrivare a veri e propri abusi come la mancata traduzione della battuta del soldato di truppa «Signore, è un anno che vedo rottami come quello. Per questo chiamiamo questo posto Trashganistan». Sarebbe troppo chiedere alla dialoghista o chi per lei di evitarci di tradurci da soli il gioco di parole?
Del tutto ridicolo, poi, lo scambio tra i due eroi americani che sotto il fuoco talebano decidono di morire da uomini:
- Vieni da me!
- Vattene di qui! Ti puoi muovere, scendi a valle.
(e poiché i due sono a terra feriti)
- Non così, non da sdraiati. Mettimi in piedi.
Sul piano della direzione, alcuni errori di intonazione (per tutti, la frase finale del film, «Sai che ne sarà di te?», con l’accento sul “sai” del tutto fuori luogo) la pronuncia sbagliata della richiesta di soccorso aereo (may day may day si pronuncia medè medè, come avrebbe potuto opportunamente indicare il consulente aeronautico) e imperfezioni tecniche come gli evidenti cambi di anello e forse anche di turno nella stessa scena, non rovinano più di tanto l’interpretazione degli attori. Roberto Chevalier fa “classicamente” Tom Cruise, Adalberto Maria Merli è un gran professionista che ben ricopre il ruolo che fu di Barbetti, Francesco Venditti e Simone D’Andrea mettono vigore nelle ragioni dei due studenti poveri che si immolano per la patria e Davide Perino (al di là del ritmo) ben rende la spocchia antipatica e saccente di Andrew Garfield, mentre meno adeguato appare Stefano Benassi nel ruolo del colonnello Berg, spesso inutilmente isterico, dato il suo ruolo. Su tutti si staglia Maria Pia Di Meo, capace di sottigliezze interpretative di livello superiore e ormai sempre più rare nel pur sempre osannato doppiaggio italiano. Nella scena con il direttore del canale televisivo, dove finalmente si rilassa e può esprimere tutto il disagio di una donna in menopausa, eguaglia Meryl Streep (un gigante nel confronto con il povero Cruise) quanto a sensibilità e capacità di rendere con un solo verso un intero mondo.
Giovanni Rampazzo
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