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Scheda

Soggetto:

Jane Austen (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:

Deborah Moggach

Regia:

Joe Wright

Prodotto da:

Universal Pictures, Working Title Films

Distribuito da:

UIP

Edizione italiana:

PUMAISdue

Dialoghi italiani:

Fiamma Izzo

Direttore del Doppiaggio:

Fiamma Izzo

Assistente al doppiaggio:

Simona Romeo

Fonico di doppiaggio:

Sandro Galluzzo

Fonico di mix:

Sandro Checcacci

Sonorizzazione:

SEFIT-CDC

Voci:

Keira Knightley:

Myriam Catania

Matthew Macfadyen:

Niseem Onorato

Tom Hollander:

Fabrizio Vidale

Donald Sutherland:

Pietro Biondi

Brenda Blethyn:

Manuela Andrei

Rosamund Pike:

Barbara De Bortoli

Judi Dench:

Paila Pavese

Simon Woods:

Francesco Venditti

Kelly Reilly:

Domitilla D

Jena Malone:

Perla Liberatori

Carey Mulligan:

Ilaria Latini

Claudie Blakley:

Federica De Bortoli

Peter Wright:

Carlo Sabatini

Penelope Wilton:

Ludovica Modugno

Tamzin Merchant:

Giulia Catania

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
4

Orgoglio e pregiudizio
(Pride and Prejudice, Gb 2005)

“It is a truth universally acknowledged, that a single man in possession of a good fortune, must be in want of a wife”. (“E’ verità universalmente riconosciuta il fatto che uno scapolo che possieda un buon patrimonio sia in cerca di moglie”). Inizia così Pride and Prejudice, scritto nel 1796 e da subito uno dei romanzi più conosciuti di Jane Austen, dal quale sono stati tratti ben otto adattamenti cinematografici.

In questa versione il giovane regista Joe Wright ha saputo rimanere fedele al testo originario, intessendo nella trama leggera della commedia i pesanti fili che compongono quella che era la dura realtà socioeconomica dell’epoca, tale per cui le donne non possedevano status sociale alcuno e alla morte del padre non avevano nemmeno diritto all’eredità. Quindi se non si sposavano finivano letteralmente in mezzo a una strada.

Come nel setting del romanzo, il set del film è la tranquilla campagna inglese circostante Londra, dove vive la numerosa seppur non ricchissima famiglia Bennet, composta da padre (Donald Sutherland), madre (Brenda Blethyn) e ben cinque figlie: la maggiore e più posata Jane (Rosamund Pike), la ribelle Elizabeth, detta Lizzie (Keira Knightley), la frivola Lydia, la stonata Mary e la più piccola e silenziosa Kitty.

Tutta casa Bennet, con buona pace dell’ormai rassegnato capofamiglia, è scossa ed elettrizzata alla notizia dell’arrivo di un vicino di casa speciale, Charles Bingley, giovane scapolo altolocato di città trasferitosi nella tenuta di Netherfield Park con la sorella snob Caroline.

Da subito l’intento della signora Bennet diventa quello di far sposare una delle sue figlie col signor Bingley, il quale, durante un ballo che sembra tanto appositamente quanto sapientemente orchestrato, fa presto conoscenza con le cinque ragazze e in particolare con la dolce e bionda Jane.

La mora e vivace Lizzie invece rimane colpita da un amico dello scapolo d’oro, il signor Darcy, chiuso e poco incline alla conversazione e alle danze. E proprio a causa della sua apparente scontrosità e del suo orgoglio, la nostra giovane eroina diventa molto prevenuta nei suoi confronti. Ecco così che si delineano i tratti caratterizzanti l’opera: l’orgoglio dell’uno e il pregiudizio dell’altra, due sentimenti di aperta ostilità che si fondano sulle reciproche prime impressioni e che saranno poi inevitabilmente destinati a evolversi e, ovviamente, a trasformarsi. Non a caso il primo titolo pensato dalla Austen per il suo romanzo era First Impressions.

Economicamente Darcy è un ottimo partito, tanto che la prima cosa che si viene a sapere di lui è che ha una rendita di 10.000£, contro le “sole” 5.000£ di Bingley. Ma Lizzie non si lascia di certo impressionare dal chiacchiericcio rurale che pervade l’intera contea e rivolge le sue simpatie altrove. Stringe infatti amicizia con un ufficiale, il signor Wickham, e anche le sue sorelle più piccole sembrano stravedere per le giubbe rosse di passaggio nel loro paese. In totale rispetto del romanzo le vediamo indaffarate ad agghindarsi coi nastri prima di ogni possibile incontro che, come insegna insistentemente mammà, potrebbe portare ad accasarsi felicemente. Allo stesso modo il bravo regista ci rende partecipi di altre convenzioni sociali, che la Austen non manca mai di descrivere abilmente tra una pagina e l’altra dell’azione principale, come ad esempio il fatto che delle signorine di buona famiglia non debbano mai stare con le mani in mano, specialmente quando fa il suo ingresso nella stanza un gentiluomo. Così vediamo le cinque sorelle alle prese col cucito, il clavicembalo o la lettura, e sentiamo commenti sul fatto che una donna debba essere ben istruita e capace di suonare buona musica.

Tra un paesaggio alla Constable e uno alla Friedrich, e sulla scia delle musiche di un nostro connazionale, Dario Marianelli, si susseguono le vicissitudini della famiglia Bennet, impegnata ad accogliere un cugino, il noioso signor Collins, che è pastore protestante nonché erede diretto del signor Bennet. Lui vorrebbe sposare Jane, ma la madre gli fa capire che è impegnata con Bingley, anche se quest’ultimo – causa una suocera del genere – non si è ancora dichiarato, anzi, è partito per Londra. Così la signora Bennet gli propone di scegliere Lizzie, la quale – grazie alla complicità di papà – rifiuta garbatamente. Il reverendo, alle cui prediche tutti si addormentano irrimediabilmente, sposerà allora la migliore amica di lei, Charlotte, che accetta non tanto per amore, quanto per sistemarsi, come ammette lei stessa dando la notizia a Lizzie, a cui chiede anche di non giudicarla per questo.

Stando così le cose, non sembra esserci pace per i poveri nervi della signora Bennet, stremati ancora di più dal fatto che la figlia Lydia scappa con Wickham.

Lizzie intanto si sforza di detestare Darcy, ritenendolo responsabile dell’allontanamento di Bingley da Jane. Ma scoprirà presto che lui non ha colpe. Quando infatti Bingley chiederà finalmente la mano di sua sorella e si verrà a sapere che Darcy ha fatto in modo che l’ufficiale farabutto sposasse la dissennata Lydia, Lizzie si ricrederà e di colpo capirà di amare colui che cercava invano di odiare.

Il film è senza dubbio ben riuscito, soprattutto per il fatto che, pur dovendo inevitabilmente semplificare una trama lunga e fitta di intrecci, riesce comunque a mantenerne lo schema, a conservare la vivacità e l’ironia dei dialoghi e a mettere in scena elementi tipici del romanzo, la cui trasposizione – pensiamo ad esempio agli scambi epistolari tanto frequenti sul finire del XVIII secolo – risulta spesso difficoltosa. Incantevole poi la fotografia, che sa mostrare i paesaggi così come facevano i dipinti dei Preromantici.

Last but not the least, azzeccatissima la scelta dei personaggi, dalla petulante e nevrotica Brenda Blethyn nei panni della signora Bennet, al povero marito Donald Sutherland rassegnato a sopportare lei e i suoi nervi, fino ad arrivare agli interpreti principali. Perfetta Keira Knigthley nella parte della loquace e arguta Lizzie e bravissimo Matthew MacFadyen a dare spessore a Darcy, col suo sguardo profondo ma sfuggente, le sue parole non dette e i modi un po’ bruschi e sbrigativi. “Un uomo estremamente vulnerabile pur possedendo una forte virilità”, ha detto la Knightley del personaggio, uno dei ruoli maschili forse più difficili della letteratura.

In tutta onestà i doppiatori italiani non sono da meno, le voci di Myriam Catania e Niseem Onorato calzano alla perfezione su Lizzie e Darcy, e anche Pietro Biondi e Manuela Andrei riescono a conferire il giusto tono ai loro personaggi, bonario per quanto riguarda il signor Bennet e ciarliero relativamente alla signora Bennet.

Nei dialoghi possiamo ascoltare – passatemi l’involontaria sinestesia – assaggi di espressioni retrò del tipo: “Come si può essere così uggiosi signor Bennet?”, detto dalla sua stessa consorte, oppure “Spero che per stasera abbiate ordinato un buon desinare”, riferito dal signor Bennet alla moglie, e ancora “madama”, epiteto usato da Lizzie per rivolgersi con rispetto a una lady. Si nota subito che, coerentemente al film originale, tratto a sua volta dal romanzo, anche in italiano si è scelto di mantenere gli appellativi signore, signora e signorina davanti al nome di famiglia, mentre i personaggi si danno praticamente quasi sempre del voi; tra marito e moglie, tra amici maschi (Bingley e Darcy), tra cugini (le ragazze Bennet e Collins), tra uomini e donne a prescindere dalle future dichiarazioni (Bingley e Jane, Darcy e Lizzie). Danno del voi i figli ai genitori, i più giovani ai più anziani e i meno ricchi ai conoscenti di più alto rango. Solo tra sorelle e amiche (Lizzie e Charlotte) si è lasciato l’uso del tu. D’altronde l’inglese non distingue tra “you” come “tu” piuttosto che come “voi”, ma l’italiano sì e nel Settecento prevaleva il “voi” come forma di cortesia. La scelta dell’adattamento appare dunque più che appropriata.

Tra le note negative, invece, un’espressione come “povero cuore”, pronunciata da Lizzie non appena si accorge dell’aria orgogliosamente severa di Darcy. È una locuzione ingiustificata perché in italiano non si usa. Diciamo infatti qualcosa come “povero caro” o “poverino/poveretto”. Molto “doppiaggese” è poi la tipica locuzione avverbio in -mente + aggettivo, in questo specifico caso “convenientemente ricco”, mentre si rileva un’interferenza linguistica nell’espressione “una delle più belle viste di tutta Europa”. “View” sta infatti sì per vista, ma parlando di ciò che si vede dall’alto di un castello sarebbe forse meglio ricorrere a vedute o panorami. Diciamo che a volte possono capitare delle sviste!

Un’ultima annotazione riguarda quello che nel romanzo è un “harpsichord”, cioè un clavicembalo, che, almeno nell’adattamento italiano del film (sarebbe interessante verificare i dialoghi originali), diventa, piuttosto incomprensibilmente, un pianoforte.

Comunque, nel complesso, i dialoghi italiani risultano ben fatti e, soprattutto, ben recitati, e la direzione del doppiaggio si può definire altrettanto ben organizzata.

Marica Rizzo

il punto di vista di...

Gentili signori, ho letto con curiosità la recensione del film “Orgoglio e pregiudizio”, perché il romanzo da cui è tratto è uno dei libri che maggiormente apprezzo (e che più volte ho letto) e perché avendo visto più volte anche il film l’ho giudicato la migliore tra le riduzioni cinematografiche di un romanzo della Austen. Spesso si dice che i film non sono mai belli quanto il libro da cui vengono tratti: beh, questo film al contrario è andato molto vicino se non a ribaltare la partita (che con la Austen è persa in partenza) a pareggiare i conti. Come leggo anche qui, non risulta sempre fedele al romanzo, ma le “libertà” prese dalla sceneggiatrice, se necessarie per ovvie ragioni di sintesi, sono risultate comunque sempre molto rispettose dello “spirito” del romanzo. Le obbligatorie “invenzioni” hanno il merito di non deformare il senso originale ma riescono a dare forza emotiva laddove tagli e trovate avrebbero potuto negarla. Detto questo, voglio cedere, tuttavia, al capriccio di qualche piccola (e a volte inutile) correzione a ciò che leggo e di qualche aggiunta che ritengo importante: 1. Kitty non è la più giovane delle figlie Bennet, lo è Lydia. 2. Lizzy comincia a ricredersi su Darcy non quando viene a sapere di ciò che lui ha fatto per Lydia ma da quando legge le spiegazioni che lui le scrive nella lettera. Purtroppo il travaglio interiore di Lizzy e le incertezze su Darcy e Wickham che la confondono per un lungo periodo il film non può o non riesce a renderli appieno. 3. Ancora una pecca l’ho rilevata nei personaggi degli zii Gardiner, che nel film non ricevono quello spessore morale, quell’eleganza e quella complicità con le nipoti Jane ed Elisabeth che nel romanzo li fanno amare quasi quanto i protagonisti. 4. Certamente, sarebbe stato il massimo se gli spettatori del film fossero stati messi a conoscenza di quelle deduzioni e di quelle riflessioni che fanno di Elisabeth uno dei personaggi più complessi e realistici che siano mai stati creati. 5. Riguardo al darsi del “voi”, se l’inglese “you” si presta alla traduzione sia come “tu” che come “voi” perché nei dialoghi italiani non c’è l’uso del tu tra gli amici Darcy e Bingley così come avviene tra le amiche Lizzie e Charlotte e come è nelle traduzioni del romanzo dall’inglese all’italiano? 6. Relativamente all’espressione “povero cuore”, poi, la mia personale impressione è che renda bene quanto l’ espressione che voi suggerite di “poverino” aggiungendo quel tocco di novità che dà l’impressione di volare in una dimensione lontana quale può essere, per esempio, quella di un tempo lontano. Allo stesso modo lavora un’altra espressione che si sente da Caroline: “Giusto cielo”. Io, perciò, la promuovo. Con questo chiudo i miei appunti salutandovi.

Maria Cristina Di Benedetto

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