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Così è (se vi pare)

La borghesia dell'inizio del secolo scorso si è trasformata con breve passo in una massa di belve pronte a uccidere, confinate in un'esistenza ridotta a un gioco da salotto, che si porta avanti non avendo niente di meglio da fare. Trent'anni di televisione di massa hanno modificato il modo, ma non la sostanza, della sanguinarietà dell'animale-uomo. Così, la chiacchiera pettegola, grazie all'accelerazione dei tempi della vita moderna, diventa un gioco al massacro, un "carnage" che tritura la vita degli altri, e in definitiva anche la propria.
Quanto Pirandello c'è nella lettura di Così è se vi pare di Claudio Boccaccini? Tutto. Boccaccini sottolinea questo elemento universale e a-storico del dramma, e lo fa, rispettando alla lettera il testo e il contesto, lavorando solo sul ritmo e sull'interpretazione.
Da un lato, quindi, il contrasto evidente, ben sottolineato dalle musiche che introducono le scene, tra il ritmo parossistico degli Agazzi-Sirelli, condannati come cavie da laboratorio ad agitarsi nella loro gabbia di conformismo, e quello più lento, austero, che i Frola-Ponza introducono quando fanno la loro, attesa ma sempre inattesa, comparsa sulla scena, portatori, in fondo, di nient'altro che la loro alterità.
Dall'altro, l'interpretazione antinaturalista, per cui gli incontri con la signora Frola e con il signor Ponza suo genero - specie quello con la Frola, donna e quindi più debole - si svolgono faccia al pubblico e spalle agli aguzzini, con i tempi, gli spazi e i modi di un processo dell'inquisizione, e il "confronto all'americana" tra Frola e Ponza diventa un vero e proprio duello, con gli altri intorno a sbavare spaventati (come davanti alla televisione).
Le interpretazioni degli attori sono tutte antiretoriche e non convenzionali: la signora Frola è una bravissima Laura Lattuada, giovane, sexy e ambigua quanto basta per far sospettare una liaison con il genero; Barbara Chiesa e Martina Zuccarello sono perfette, ognuna a suo modo, nei ruoli delle signore; l'ottimo Pietro De Silva è un lunare Agazzi; Giancarlo Fares un grottesco Sirelli; Paolo Perinelli rende alla perfezione il ridicolo ruolo del prefetto, l'ordine costituito tirato in ballo sul nulla; Felice Della Corte è un Ponza quasi animalesco; Riccardo Barbera è un disincantato Laudisi che sottolinea la narrazione suonando dal vivo; Jennifer Mischiati è una signora Ponza quasi aliena, come aliena è la verità in tutta questa vicenda. Molto bravi anche Diana Zagarella, la giovane Dina, condannata a diventare un mostro come sua madre, e Andrea Bizzarri, il commissario Centuri, condannato a dirimere beghe di cortile.
Gli Agazzi e i Sirelli, insomma, siamo tutti noi, pasturati a TV verità e social network, che hanno sdoganato la nostra parte peggiore, quella bestialità che le bestie non hanno, sopita sotto la cenere delle convenzioni borghesi e che, perso anche quel po' di pudore e finalmente libera di esprimersi, ci fa sentire autorizzati a processare sommariamente gli altri, a invaderne le vite fino a distruggerle. E di fronte alla ferocia ben poco può il richiamo alla ragione di Laudisi, che difatti nessuno ascolta, né il monito finale della signora Ponza, che opportunamente ricorda qual è l'unica cosa che ci rende umani: la pietà. Invito che lascia tutti attoniti, o forse, si spera, pronti a cominciare a riflettere su noi stessi e su quello che rischiamo continuamente, con un niente, di diventare.
Da correre a vedere, al Ghione fino a domenica 11 e, per chi non possa o lo preferisca, al Nino Manfredi di Ostia dal 31 gennaio.

Giovanni Rampazzo

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