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Il giardino dei ciliegi

Stavolta faccio un’eccezione (autorizzata) e parlo di teatro.
Il giardino dei ciliegi, in scena all’Ambra Garbatella di Roma, è un esempio di come si può leggere un classico esaltandone gli elementi che lo hanno reso tale.
L’adattamento e l’allestimento – pensati e costruiti, lo si intuisce chiaramente, l’uno in funzione dell’altro – partono da un’idea chiara e la seguono fino in fondo. L’idea, a mio parere, è che sugli individui e sulla storia troneggia e incombe il destino. Questa è la ragione per cui le nostre vite sono “grame e desolate”, e questa è anche la ragione per cui non vale la pena disperarsi: ridere per sopravvivere, come nell’umorismo yiddish (che Cechov non poteva ignorare).
I personaggi agiscono e si muovono nella vicenda, nella loro disperata umanità, senza sapere di essere strumenti di un destino che non controllano: le valigie, accatastate a formare falsi mobili coperti da teli, ma in realtà pronte per il trasloco fin dall’inizio della storia, stanno là proprio a simboleggiare, insieme al continuo ricordare la scadenza dell’asta, un destino incombente e inevitabile.
La scrittura procede sicura in questo senso, senza alcun timore di andare controcorrente. Per prima cosa, ed è la cosa più eclatante, sottolinea ed esalta il lato comico/grottesco, il che sarebbe piaciuto senz’altro all’autore. Ma fa di più: mescola, addiziona e sottrae, con il risultato che tutti i personaggi, anche quelli di contorno, sono riassunti, o meglio distillati, e di ognuno di loro viene offerto un ritratto che va al di là del contesto storico e sociale (pure formalmente rispettato), disegnando figure a tutto tondo che restano nella memoria, collocate in una narrazione chiara, avvincente e coinvolgente.
Degna di nota la Liuba di Silvia Brogi, la cui leggerezza e (apparente) vacuità esprimono più disperazione di tanta tragicità vista in passato. Nella stessa direzione vanno anche tutte le altre, ottime, interpretazioni, sia quelle dei protagonisti – Antonio Conte, un Lopachin che si trova in mano un destino più grande di lui; Andrea Lolli, il cui Gaiev penosamente gioca con la vita; Alessia Navarro, una Varia vera protagonista nella sua rinuncia – sia quelle degli altri personaggi, di solito ridotti a mero contorno e che nell’edizione di Boccaccini sorprendentemente emergono: Simone Crisari (Trofimov), Malvina Ruggiano (Ania), Fabio Orlandi (Iepichodov), Beatrice Gregorini (Dunia), Massimo Cardinali (Iascia), Maurizio Greco (Firs), Francesca Grilli (Charlotta) e Alfonso De Vito (Pisc’cik). Ognuno di loro ha lo spazio necessario per esprimere verità e vita: sono personaggi, insomma, molto più che semplici caratteri.
Questo succede quando si ha una strategia traduttiva, e per questa ragione l’adattamento di Boccaccini e Di Fortunato, oltre ogni apparenza, è massimamente rispettoso dell’originale proprio laddove sembra allontanarsene. La storia, che Boccaccini sceglie arditamente di raccontare in controluce, è scandita da un impianto musicale che esalta le sospensioni e gli sbalzi umorali dei personaggi.

Giovanni Rampazzo

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