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Scheda

Sceneggiatura:

Peter Morgan

Regia:

Ron Howard

Prodotto da:

RON HOWARD, PETER MORGAN, ANDREW EATON, ERIC FELLNER, BRIAN OLIVER, BRIAN GRAZER

Distribuito da:

01 DISTRIBUTION

Edizione italiana:

STUDIO EMME spa

Dialoghi italiani:

VALERIO PICCOLO

Direttore del Doppiaggio:

RODOLFO BIANCHI

Assistente al doppiaggio:

FRANCESCA RIZZITIELLO

Fonico di mix:

ALESSANDRO CHECCACCI

Sonorizzazione:

MARGUTTA DIGITAL INTERNATIONAL

Voci:

Chris Hemsworth:

Massimiliano Manfredi

Daniel Brühl:

Francesco Pezzulli

Olivia Wilde:

Myriam Catania

Alexandra Maria Lara:

Francesca Fiorentini

Pierfrancesco Favino:

Pierfrancesco Favino

Christian McKay:

Simone Mori

dialoghi
italiani
2
direzione
del doppiaggio
3,5

Rush
(Rush, Usa/Germania/Gran Bretagna 2013)

C’è forse un po’ di confusione nel gioco di parole hunt/shunt nella biografia del grande James Hunt e nel film ben sceneggiato da Peter Morgan e diretto da Ron Howard.  Ho sempre voluto pensare che l’accoppiata con shunt fosse determinata dal senso “turboelettrico”, dalla spinta data dal condensatore al motore elettrico e dalla conseguente marcia in più che questa generava, mentre viene tradotto in Hunt lo schianto, specificando che James era solito schiantarsi con altre auto durante le corse, dando però così un’immagine un po’ pasticciona di quello che fu un gran pilota di auto, irruente, poco calcolatore, un pilota gentleman un po’ datato e brancaleonesco, ma anche eroico, arrivato alla massima formula un po’ per caso, giusto in tempo per diventarne il campione nel ’76, prima di passare ad altro e lasciare il testimone al suo rivale Lauda, palloso pilota delle littorine Ferrari. 
Ma il pregio di Rush è un altro: quello di consegnare alla storia un film che mette la parola fine alla competizione su quattro ruote, mettendone in risalto l’aspetto profondamente ridicolo e infantile. La decadenza della F1 è iniziata, d’ora in poi - grazie a Ron Howard - ci sembrerà solo uno stantio baraccone pubblicitario che sfrutta un pubblico plebeo plagiabile e leggermente disturbato per tenere in piedi marchi di automobili che possono permettersi solo quelli che commerciano in droga, in armi, che appartengono a una delle varie mafie o a quelli che giocano in finanza sulla vita degli altri. Un film utile, quindi, con un forte sguardo critico che mette in luce l’aspetto “patetico” del mondo particolare di cui traccia i contorni. Sarà forse per questo che la parola patetico è usatissima (anche se a sproposito, nel senso di ridicolo) dal ragazzo Lauda nel doppiato italiano? Le frasette «Pensano che siamo patetici» e (a Hunt) «Sei patetico» danno uno scossone e mettono a nudo un film che è chiaramente doppiato, cioè manipolato: non affidabile. Altra sfumatura dai contorni invece netti e contraddittori, Hunt dice: «mio padre è un agente di cambio, mia sorella è un avvocato, mio fratello è un contabile... e io, ecco, faccio questo»; gli altri sono e lui fa, e perché non il contrario? E perché non tutto essere o tutto fare? Insomma, anche qui viene il sospetto che nessuno parli così, e che quindi il dialogo sia costruito, finto, sovrapposto, come il doppiaggio: non affidabile. Sezione tecnica: nel gergo del mondo delle corse «parti in magnesio» non si dice, si può parlare del singolo pezzo, un carter, i cerchi, le valvole, ma non di parti; uguale per «mille centimetri cubici», si dice mille o meglio «litro». È vero che chi conosce il gergo tecnico sono poche persone, ma la cosa fa la differenza, visto che non è una scena isolata in un film ma un film intero che parla del mondo delle corse attraverso il conflitto tra due piloti. Ed ecco la frase più brutta  - sempre di Niki - «Marlene vieni, lasciamo perdere questo stronzo... Ha fatto proprio bene a lasciarlo». Primo, ancora non sappiamo che sta parlando della moglie di Hunt. Secondo, due volte «lasciare» nella stessa frase è molto sgradevole. Infine la frase più buffa, pronunciata durante lo sposalizio: «...avendo risposto affermativamente a piena intelligenza dei testimoni sottoindicati».
Benone Massimiliano Manfredi su Hunt, sempre energico e un po’ viziato. Bene anche Francesco Pezzulli su Lauda, freddo e antipatico quanto basta, se non fosse per parecchi fuorisinc, obbligati forse da un Bruhl che giustamente fa “boccuccia” come faceva Lauda. Benissimo Mori su C. McKay. Insomma, se non fosse per una direzione sufficientemente calda e coinvolgente e che ha ben scelto le voci (e stendiamo qui un velo pietoso su Favino che interpreta e doppia se stesso), saremmo portati a pensare che ormai l’unico doppiaggio tollerabile sia quello dato dai doppi sorpassi.

Giacomo Depero

Il punto di vista di...

Salve, come sempre date mille sfumature di percezione ai film, vi ringrazio. Non ho capito bene una cosa: Hunt era soprannominato "Shunt" ai suoi tempi? Per il resto ho trovato il film del tutto dimenticabile e insignificante. Non riesco a comprendere come sia possibile che sia stato tanto celebrato. Mi auguro che sia solo l'aura del mondo della F1. Non intravedo nessun merito in questa pellicola. Il "patetico" mi ricorda una frase di "Aliens-scontro finale" (peraltro a mio avviso ottimamente doppiato, a parte la cattiva resa dei bisbigli di sottofondo) in cui Burke si difende dicendo: "Insomma, non senti quello che dici, è patetico". Anche in questo caso devo pensare che sia una cattiva traduzione per "ridicolo"?

Lidia Zitara

Replica

Gentile Giacomo Depero, Non sono solito commentare critiche e giudizi, e non l'ho praticamente mai fatto, in quasi 15 anni di lavoro e oltre 170 film di circuito tradotti e adattati. Sono in difficoltà anche a definire articoli come questo usando il termine "recensione", perché ritengo che - nel caso specifico di un lavoro “sui generis” come il nostro, che presuppone conoscenze non solo artistiche e linguistiche, ma anche specificamente tecniche – sarebbe molto più corretto e professionale, da parte della vostra rivista, raccontare e presentare le persone a cui affidate i vostri giudizi. Spiegarne il background, le esperienze lavorative. Ma del resto, il web è bello (?) anche per questo: chiunque può alzarsi la mattina e scrivere quello che gli pare. Ma la cosa ancora più bella è che sul web si può anche rispondere, e ristabilire – per quel che conti – la verità. E io, che sono uno che si arrabbia pure quando la gente parcheggia in doppia fila, non posso accettare un giudizio assolutamente falsato e sciatto, chiunque l’abbia scritto. Per questo sono qui a scrivervi. Veniamo al punto. Anzi, al punto per punto. Cercherò di essere breve, ma un po’ di spazio sarà necessario, per spiegare e chiarire le tante, piccole e grandi baggianate contenute nella pseudo-recensione in questione. Nell’articolo si parla continuamente di “manipolazione”. La manipolazione, di principio, è una brutta cosa. Indispone. Ad esempio io stesso, quando vado al cinema, non mi predispongo certo bene se nelle prime battute di un film vedo o sento cose che mi sembrano manipolate. Allora, e lo chiedo a voi di Asinc, come dovrei pormi nei confronti del signor Depero, se tutta la prima parte dell’articolo si basa su un presupposto CLAMOROSAMENTE ERRATO, su un GRAVE ERRORE DI TRADUZIONE del signor Depero, e quindi su una pseudo-manipolazione dovuta a percorsi assolutamente autonomi del suo cervello? Mi spiego meglio? D’accordo. Entro nel dettaglio. La frase contenuta nell’articolo “Ho sempre voluto pensare che l’accoppiata con shunt fosse determinata dal senso ‘turboelettrico’” è una pura elucubrazione mentale del signor Depero. In realtà James Hunt veniva soprannominato “the shunt” esattamente per il motivo spiegato nel film, ovvero per la sua frequente capacità di creare incidenti con una guida spericolata sempre al limite del rischio. Lo sanno tutti gli appassionati del mondo della Formula 1. E se non vi basta la definizione del prestigioso Collins Dictionary – Shunt: verb (transitive) (motor racing, slang) to crash (a car) – vi posso riportare qui il link di un articolo del New York Post (che, a occhio, mi sembra un po’ più autorevole di me, del signor Depero e della rivista Asinc messi insieme) in cui, riferendosi a Hunt, l’autore scrive: “Rivals called him “Hunt the Shunt” (“shunt” being an English term that means “crash”). La cui traduzione è: “I suoi rivali lo chiamavano “Hunt the Shunt” (“shunt” è una parola inglese che significa “schianto”). Il link dell’articolo è questo: http://nypost.com/2013/09/14/rush-hints-driver-james-hunt-exploits/ Ma, se non vi bastasse, vi posso anche dire che in rete ci sono migliaia di altre pagine in cui si chiarisce l’origine del suo soprannome. E noi TRADUTTORI FEDELI, appassionati, attenti, facciamo tante ricerche durante il nostro lavoro, proprio per evitare di fare figure barbine (e non è detto neanche che ci riusciamo sempre). Però, mentre io faccio ricerche su ricerche per restituire allo spettatore italiano la fedeltà del copione originale, il signor Depero comincia il suo articolo, in modo forse un po’ manipolatorio e sicuramente superficiale, con la frase: “C’è forse un po’ di confusione nel gioco di parole hunt/shunt”. In effetti la confusione c’è, ma in questo caso è tutta nella testa (e nella conoscenza linguistica) del signor Depero. In questo modo, però, chi legge l’articolo e non sa la verità si predispone già male. Per cui mi tocca andare avanti, a smentire altri giudizi quantomeno “cialtroni” presenti nell’articolo stesso. Subito dopo la sua “precisissima” introduzione, Depero scrive: “Sarà forse per questo che la parola patetico è usatissima (anche se a sproposito, nel senso di ridicolo) dal ragazzo Lauda nel doppiato italiano? Le frasette “Pensano che siamo patetici” e “Sei Patetico” danno uno scossone e mettono a nudo un film che è chiaramente doppiato, cioè manipolato: non affidabile.” Ecco, per QUESTO motivo Depero definisce il dialogo manipolato, non affidabile. Ora vorrei sapere da lui perché io, nelle DUE VOLTE (perché, ahilui, la parola che Depero definisce “usatissima” è presente appena DUE VOLTE in tutto il film, ovvero nelle due frasi che cita) che il copione originale recita “PATHETIC”, dovrei tradurre questo chiarissimo e inequivocabile aggettivo con qualcosa di diverso da “patetico”. Potrei fermarmi qui, e magari dire che “patetica” è forse questa pseudo-recensione. Ma ci terrei a sviscerare almeno un altro paio di punti parecchio gravi. Uno, in particolare, che denuncia clamorosamente non solo la sciatteria dell’articolo (frutto di una mancanza di revisione del dialogo originale del film: ma allora su che base si fanno queste pseudo-recensioni?). Depero scrive: “Ed ecco la frase più brutta - sempre di Niki - «Marlene vieni, lasciamo perdere questo stronzo... Ha fatto proprio bene a lasciarlo». Primo, ancora non sappiamo che sta parlando della moglie di Hunt. Secondo, due volte «lasciare» nella stessa frase è molto sgradevole.” Ora, a parte l’aggettivazione esagerata (E’ davvero MOLTO SGRADEVOLE sentire due volte di seguito parole derivate dal verbo lasciare? E allora quando lei, Depero, scrive “E’ vero che chi conosce il gergo tecnico SONO POCHE PERSONE”, non è forse un italiano alquanto sgradevole?), riporto qui il testo del copione originale: "Leave this jerk alone. No wonder she left him". Ora, a parte l’ovvio adattamento che – per problemi di sinc – non mi ha permesso di tradurre letteralmente con “Non mi meraviglio che l’abbia lasciato”, io mi sento di dire che non solo il senso della frase è salvo, ma che – COME IN ORIGINALE – ho anche mantenuto il verbo “lasciare” entrambe le volte. Ripeto, proprio come in originale. Questa si chiama FEDELTA’ AL TESTO, una cosa che noi traduttori veri abbiamo sempre in mente, e che è l’esatto contrario di quella “manipolazione” di cui parla il signor Depero. E in più, riferendomi alla prima obiezione del punto in questione (“non sappiamo che sta parlando della moglie di Hunt”), il signor Depero dimostra forse una povera conoscenza del cinema in generale – o forse è semplicemente colpa della sciatteria di cui sopra – dal momento che non si rende conto che il nome della moglie di Hunt è VOLUTAMENTE omesso dagli sceneggiatori perché, nella scena immediatamente successiva, Hunt saprà dai giornali che la moglie lo ha lasciato. Qui parliamo di cinema, semplicemente. Delle tecniche basilari di sceneggiatura. E forse, dico forse, chi scrive di doppiaggio dovrebbe essere anche un po’ più esperto di cinema. O no? E in ogni caso, se non conoscete l’inglese al punto da guardare un film in lingua originale, almeno recuperate in qualche modo i copioni originali del film. Così non commetterete queste enormi "cappellate", e troverete anche pace per la vostra mente accettando il fatto che usare termini come “magnesium parts” sia una scelta di chi ha scritto il film, e che scrivere invece “carter, cerchi, valvole” equivarrebbe a MANIPOLARE il testo originale. Chiudo con una sfumatura di stile, per far capire come il signor Depero, mentre critica la “manipolazione”, di fatto la desidera. Quando scrive: “Altra sfumatura dai contorni invece netti e contraddittori, Hunt dice: «mio padre è un agente di cambio, mia sorella è un avvocato, mio fratello è un contabile... e io, ecco, faccio questo»; gli altri sono e lui fa, e perché non il contrario? E perché non tutto essere o tutto fare? Insomma, anche qui viene il sospetto che nessuno parli così, e che quindi il dialogo sia costruito, finto, sovrapposto, come il doppiaggio: non affidabile”. Insomma, per il signor Depero un uomo che parla passando dall’avere all’essere è “costruito”. Secondo lui è meno costruito uno che parla usando sempre le stesse formule per tutto quello che dice. Io direi che è l’esatto contrario, ma se da queste “sfumature dai contorni netti e contraddittori” – come le chiama lui – io devo giudicare un dialogo “non affidabile”, insomma… Forse di contraddittorio, qui, c’è solo questo discutibile articolo. Ecco, cara redazione di Asinc, questo articolo che avete pubblicato è pieno zeppo di strafalcioni e imprecisioni, oltre che di gravi interpretazioni letterarie da parte di chi, evidentemente, la lingua non la conosce poi tanto bene. Se volete acquisire credibilità anche oltre il mondo del doppiaggio, e far sì che le vostre “recensioni” vengano lette anche da qualcuno che non ha direttamente a che fare con il mondo del doppiaggio, vi suggerisco umilmente di: 1. Pubblicare schede e profili dei vostri “recensori”, cosa che di certo vi darebbe molta più credibilità e professionalità. 2. Controllare meglio - anche se immagino che non siate una pagina che può permettersi di retribuire chi ci scrive - almeno l’affidabilità degli articoli che pubblicate. Ne va del vostro nome. Soprattutto. Grazie mille, e spero che – per amor di giustizia e per rispetto di chi legge la vostra pagina – vogliate pubblicare questa mia risposta che, per altro, è già presente sui social network che mi vedono presente. E magari anche intervenire, prendendo posizione rispetto al vostro superficiale "recensore". Grazie.

Valerio Piccolo

Risposta

Gentile Piccolo, mi girano la sua replica e - sinceramente - sono un po’ stupito dalla sua aggressività, come se in questo paese fosse inibita la critica, oltre che alla mamma e alla pizza, anche al doppiaggio. Mentre io non la insulto mai, ma esprimo il mio punto di vista, lei mi insulta (falsato e sciatto, piccole e grandi baggianate, pseudo-recensione, cialtrone, patetico, “cappellate”, strafalcioni) in quanto metto in dubbio la sua autodefinizione di “traduttore fedele e vero”. Prendiamo atto. Anzi, neanche. Lei spara a zero partendo dall’erroneo presupposto che io l’accusi di una confusa interpretazione di un gioco di parole (Hunt/shunt), cosa che io non faccio affatto. Lei lo ha semplicemente riportato come da biografia (di E. Young, credo) e da sceneggiatura e io ho semplicemente detto quello che ho detto, e che lei potrà capire benissimo proprio grazie al Collins. Era un mero tributo personale al grande Hunt che non tocca minimamente il film, né lei. Figuriamoci. Neanche per il resto c’è da prendersela tanto, in fondo come valutazione complessiva il film è nella media e l’aggettivazione un po’ caricata è data non tanto dalla resa traduttiva quanto dal fatto ben più ampio che ormai per me la Rete ha messo a nudo l’inconsistenza stessa del doppiaggio. Quando dico “non affidabile” non è un attacco alla sua traduzione (e se ha capito questo me ne dolgo, cercherò di essere più chiaro in futuro), ma al fatto stesso che ormai è chiaro a tutti che il doppiaggio è una cosa appiccicata, posticcia, suona come un vaso rotto, buono ancora - ma per poco - solo per le vittime del così detto digital divide. E la ripetizione di calchi come “patetico”, “drink”, “abbi cura di te”, “stai bene?” e così via, sono ormai letti come microcomiche all’interno di un’impalcatura in disfacimento. Per quanto riguarda la frase di Lauda, era ovvio che in originale contenesse il pronome “she” che chiariva tutto, il testo italiano invece - senza scomodare i basilari di sceneggiatura e montaggio - non chiarisce ma confonde, non sarà quindi “molto sgradevole”, ma è sicuramente, questo sì, un po’ superficiale. Un vero traduttore, secondo me, non si definirà mai vero e/o fedele perché solo lui sa quanto non sia vero, né fedele quello che fa. Neanche dopo 340 film. Colgo l’occasione per rispondere anche alla signora Zitara, che ringrazio. Hunt aveva questa nomea in Inghilterra, qui da noi no, visto che la sua guida burrascosa era una sua caratteristica soprattutto dei primi tempi, quando in Italia non era assolutamente noto, ma qualche giornale specializzato potrebbe smentirmi; ricordo però che quando vinse il mondiale il cronista (forse Zermiani, non ricordo bene) gli fece una domandina ironica sul fatto che si diceva fosse un patito dell’autoscontro, battuta che Hunt mostrò di non capire - e con lui nessuno, in Italia - e alla quale neanche rispose. Patetico: non ricordo la scena di Aliens e non so rispondere. Comunque, in inglese pathetic significa, nell’ordine, “commovente”, “inadeguato” e “ridicolo” (Collins); in italiano il termine “patetico” ha due accezioni principali, la prima: “di opera, situazione, episodio, atteggiamento e simili che suscitano un sentimento di malinconica commozione, di mestizia, di compassione, di pietà”, anche artificiosamente, e la seconda “di chi si è comportato in maniera non idonea in una particolare circostanza, così da suscitare commiserazione”. Almeno con la Treccani. Gabrielli e Zanichelli aggiungono una terza accezione, spregiativa, “penosamente ridicolo”, derivata nell’uso dalla seconda. Come si vede, il campo semantico del termine è vasto. Sta alla sensibilità del traduttore scegliere l’accezione giusta per l’occasione e non andare in automatico.

Giacomo Depero

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