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Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

Paul Auster

Sceneggiatura:

Paul Auster

Regia:

Wayne Wang

Prodotto da:

EUROSPACE, INTERNAL, MIRAMAX FILMS, NEUE DEUTSCHE FILM GMBH, SMOKE PRODUCTIONS

Distribuito da:

CECCHI GORI GROUP

Edizione italiana:

CDL

Dialoghi italiani:

Elisabetta Bucciarelli

Direttore del Doppiaggio:

Elisabetta Bucciarelli

Voci:

Harvey Keitel:

Ennio Coltorti

William Hurt:

Rodolfo Bianchi

Harold Perrineau Jr.:

Giorgio Borghetti

Forest Whitaker:

Massimo Corvo

Stockard Channing:

Ludovica Modugno

dialoghi
italiani
1
direzione
del doppiaggio
3,5

Smoke
(Smoke, Usa 1995)

Dopo quindici anni Smoke non si è dissolto com’è destino di molti film, non è invecchiato, o forse lo è come un gran vino, un Nebbiolo, un Oltrepò (ma quello di Broni) o un Aglianico (ma quello del Vulture, e non si offendano i beneventani), insomma è ancora un piccolo capolavoro  - anche di recitazione e regia - e ci offre il suo punto di vista privilegiato con tutta la sua leggerezza. Mille storie al minuto nascono e muoiono nella Grande Mela, come ha già detto qualcuno, e vogliamo pensare che quelle narrate da Paul Auster siano tra le più poetiche. Ben scelti gli attori chiamati a sostenere una sfida difficile, quella di interpretare, anzi reinterpretare parti in un film che sembra girato per caso, rubato, in cui la spontaneità è d’obbligo. Giusto quindi Ennio Coltorti su Keitel, dimentico della sua impostazione teatrale, Rodolfo Bianchi sullo scrittore, doloroso e spaesato, ci regala una sua bellissima interpretazione, magistrale Corvo su Whitaker, nella cui miserabile disperazione vediamo e sentiamo nascere la coscienza; brutale e nuda e candidamente amorale, azzeccatissima la Modugno nel ruolo di Ruby. E bravi e precisi anche gli altri, tranne Giancarlo Esposito, doppiato fuori misura e fuori sinc. Qualche perplessità sul dialogo: a partire dai pezzi TV lasciati in originale, ad attacchi di inopportuna congiuntivite («prima che te ne vada»), alla sua inopportuna scomparsa («non sapevo che eri un fotografo»), e ad altre inesattezze a briglia sciolta: «ogni volta che guardo l’uncino» (ma non è un uncino!), «Felicity vuol dire felicità» (merita una nomination - che vuol dire candidatura - all’Oscar dell’adattamento), «mi assumi come free lance» (e il ministro del Welfare che ne dice?), «sergente Basettoni» (veramente era commissario), «due bottiglie di Chianti» (si vede chiaramente che è Mateus, un inutile vinellino portoghese), per dirne solo alcune. Infine la più scombinata - e grave, perché mette in dubbio il livello culturale dello scrittore: «Come ti è venuto in mente di fare questo progetto?». La sensazione che il lavoro di adattamento sia stato fatto senza vedere il film è forte, il dubbio è se sia stato realizzato in stato di veglia.

Marnie Bannister

Il punto di vista di...

Un piccolo appunto alla critica, se posso permettermi: In "prima che te ne vada" il congiuntivo è correttissimo, direi che è d'obbligo. Prima che te ne vai non andrebbe bene.

Antonio Sanna

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