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Scheda

Soggetto:

WOODY ALLEN

Sceneggiatura:

WOODY ALLEN

Regia:

WOODY ALLEN

Prodotto da:

MAGIC HOUR MEDIA, THEMA PRODUCTION, INVICTA CAPITAL LTD., BBC FILMS

Distribuito da:

MEDUSA

Edizione italiana:

CVD

Dialoghi italiani:

ELETTRA CAPORELLO

Direttore del Doppiaggio:

MAURA VESPINI

Assistente al doppiaggio:

PAOLA SPERANZA

Fonico di doppiaggio:

CARLO RICOTTA

Fonico di mix:

FRANCESCO CUCINELLI

Sonorizzazione:

TECHNICOLOR SOUND SERVICES

Voci:

SCARLETT JOHANSSON:

ILARIA STAGNI

JONATHAN RHYS-MEYERS:

MASSIMILIANO MANFREDI

EMILY MORTIMER:

STELLA MUSY

MATTHEW GOODE:

LORIS LODDI

BRIAN COX:

UGO PAGLIAI

PENELOPE WILTON:

LUDOVICA MODUGNO

JAMES NESBITT:

LUCA BIAGINI

dialoghi
italiani
2,5
direzione
del doppiaggio
2,5

Match point
(Match Point, Gb/Usa 2005)

“Ci sono momenti in una partita di tennis in cui la palla colpisce la parte alta della rete e per una frazione di secondo non sappiamo se la supererà. Con un pizzico di fortuna potremmo vincere la partita”. Così inizia il nuovo film scritto e diretto da Woody Allen, premiato con ben quattro nomination ai Golden Globe 2006. Il suo proverbiale cinismo qui si fa cupo e totale, senza lasciare spazio né alla consueta ironia ebraica disincantata e dissacrante, né tantomeno all’amata New York, il cui familiare skyline è sostituito da vedute londinesi. La vita è vista come una partita di tennis in cui si può vincere o perdere semplicemente per un colpo di fortuna.

Il giovane e avvenente maestro di tennis irlandese Chris (interpretato dall’emergente Jonathan Rhys-Meyers) viene assunto per dare lezioni al coetaneo Tom (Matthew Goode), rampollo di una ricca famiglia dell’alta middle class londinese, il quale ha una sorella, Chloe (Emily Mortimer), che se ne innamora a prima vista. Inizia quindi quello che potrebbe essere un perfetto idillio, ambientato tra la City e la rigogliosa campagna circostante, se non fosse che il protagonista non è veramente innamorato di Chloe, esile brunetta naive, ma solo attirato dalla sua agiatezza e stabilità economica. Così accade che Chris viene presto assunto nell’azienda di famiglia e si rivela per quello che è: un arrampicatore sociale troppo narcisista per provare sentimenti autentici. Le sue passioni sembrano essere il tennis, anche se non riesce a sfondare, l’opera, i cui brani verdiani, dalla Traviata all’Otello, fanno da colonna sonora agli eventi collegandoli tra loro come un vero e proprio leitmotiv, e la lettura di Dostojevski.

Questa esistenza borghese tranquillamente apatica e solo apparentemente perfetta è scossa dall’incontro con la sensualissima e biondissima Nola (Scarlett Johansson), aspirante attrice americana fidanzata di Tom. Tra i due scatta il colpo di fulmine e Nola diventa ben presto l’ossessione di Chris. Ma nonostante questo non rinuncia a sposare Chloe e a sistemarsi definitivamente, neanche quando il cognato lascerà la bella attricetta per sposare un’altra. Nola è solo l’amante che ha in comune col campione mancato il fatto di non essere un’altolocata inglese e il fatto che, così come lui non si afferma tra un set e l’altro nel tennis, lei non si afferma sul set cinematografico. Solo che, a differenza di Chris, lei non è abbastanza arrivista da tenersi stretto quello che poteva rappresentare un ottimo partito. La relazione clandestina dà ben presto i suoi frutti e non appena Nola dice di essere incinta, il cinico commento di Chris è: “Che irrimediabile sfortuna”. Ecco quindi la tematica fortuna-sfortuna che pervade il film dall’inizio alla fine, tanto che parallelamente a questa scomoda gravidanza assistiamo all’altrettanto indesiderata sterilità di Chloe, che invece, pur volendolo, non sembra rimanere incinta. E, frustrata, al marito dice: “E’ che non abbiamo fortuna”.

Le cose si complicano quando Nola minaccia Chris di raccontare tutto alla moglie. Temendo infatti di perdere tutto quello che è riuscito ad ottenere, il nostro antieroe non si fa molti scrupoli di improvvisarsi omicida per proteggere la sua esistenza dorata. E con la complicità di un Caso capriccioso e indifferente il delitto rimarrà senza castigo. Impunito, dunque, in un finale privo di morale che rispecchia la visione dello stesso regista, il quale afferma: “Mi piacerebbe pensare che esista una giustizia divina, un destino amico che davvero premi i giusti e punisca i criminali, ma sono ormai convinto che non ci sia nulla di tutto ciò. Nel film si dice che a volte bisogna sacrificare gli innocenti per un fine più alto, chiaramente non sono d’accordo, ma nella vita non c’è una ragione vera per cui succedono determinate cose. Avvengono e basta, e noi possiamo solo piegarci alle leggi di questo gioco senza regole, dove i più furbi o peggiori spesso hanno la meglio”.

Dal punto di vista del doppiaggio è doveroso dire che per tutta la durata del film, sia nella prima parte, dove la trama scorre lentamente come una partita alla moviola, sia nella seconda, dove invece il ritmo si fa più serrato e gli eventi sembrano precipitare irrimediabilmente, ci sono troppe cadute nel “doppiaggese” e troppe interferenze dall’inglese che, nonostante alcune soluzioni di adattamento invece brillanti, non permettono di rendere pienamente giustizia a un maestro dei dialoghi come Woody Allen. Tragica fatalità o semplicemente segno della cecità del Caso che pervade l’intera pellicola? Ai posteri l’ardua sentenza; per ora osserviamo che in varie battute si è pasticciato forse un po’ troppo con i verbi del sentimento, i modali e gli aggettivi possessivi.

Nel primo caso ci troviamo ad ascoltare espressioni del tipo: “Tom amerebbe averti come cognato” (lo dice il padre di Tom a Chris, dimostrandosi favorevole al suo matrimonio con la figlia Chloe), “Amami” (detto da Tom a Chloe mentre le fa i dispetti), “Eri molto teso al balletto. L’hai odiato?” (lo chiede Chloe a Chris). In inglese l’utilizzo dei verbi amare e odiare è largamente diffuso per esprimere non soltanto sentimenti, ma anche preferenze, opinioni e questioni di gusto. Questo vale ovviamente anche per la lingua italiana, ma solo in una certa misura. Tanto che le suddette battute suonano un po’ come stonature. Un parlante italiano sarebbe infatti naturalmente portato a dire: “A Tom piacerebbe/farebbe piacere averti come cognato” o “Tom vorrebbe averti come cognato”. Il verbo amare appare quindi troppo forte e fuori luogo in un contesto del genere, che esprime semplicemente un desiderio da parte di una persona. Così come è decisamente fuori luogo in italiano che un fratello dica ironicamente alla sorella di amarlo mentre le sta facendo dei dispetti come il solletico. In inglese si usa tranquillamente come a dire: “Non sono un amore di fratello?”, e l’effetto è volutamente di presa in giro perché lui sta facendo apposta qualcosa che la fa arrabbiare. Certo per il sinc è impensabile usare un’espressione così lunga, ma sicuramente era possibile trovare una soluzione per rendere in modo idiomatico l’originale “love me”. Allo stesso modo è troppo forte il verbo odiare riferito al balletto. Sarebbe bastato tradurre il probabile originale “Did you hate it?” con un semplice “Non ti è piaciuto?”, logicamente sempre nel rispetto del sinc, cercando di adattare perfettamente l’espressione doppiata al labiale, considerando anche che non sempre i personaggi, esattamente come negli esempi citati, sono ripresi in primo piano e di fronte mentre parlano.

Per quanto riguarda i verbi modali, invece, vale forse la pena di ricordare che in inglese dovere (must) e potere (can) indicano rispettivamente l’obbligo di fare o meno qualcosa e la capacità di fare o non fare qualcosa. La loro funzione comunicativa è dunque molto forte e non sempre si ha la stessa valenza in italiano. Così, quando a proposito della sua condotta extraconiugale sentiamo il Chris doppiato dire che lo sporco va nascosto sotto al tappeto, che “Devi farlo, se non vuoi essere travolto”, quel dovere, un must per l’appunto, esprime qualcosa che si è obbligati a fare per non essere scoperti. In italiano corrisponderebbe a un “Bisogna farlo”, che può benissimo essere reso anche con un imperativo come “Fallo”, che ha la medesima forza del modale inglese. Un discorso simile, ma stavolta con l’aggiunta della negazione, vale anche quando Chris dice a Nola: “Non dobbiamo avere un figlio”. Il probabile originale “We must not” indicherebbe infatti in italiano “Non è necessario avere un figlio”, perché il bambino metterebbe Chris (che si nasconde abilmente dietro la prima persona plurale) in una situazione molto scomoda. Terribile è poi la domanda che Nola rivolge a Chris parlandogli al cellulare: “Quando puoi essere qui?”, che, tradotta dal “doppiaggese” sulla falsa riga dell’inglese, in italiano significherebbe semplicemente “Quando vieni?” o tutt’al più “Quando puoi venire?” se proprio non si vuole rinunciare all’utilizzo del verbo modale.

Notevoli interferenze con la lingua originale del film ci sono anche per quanto riguarda l’uso degli aggettivi possessivi. Sappiamo infatti che in inglese si usa sempre il possessivo davanti al sostantivo di appartenenza cui si riferisce. In italiano invece si usano gli articoli determinativi o indeterminativi non necessariamente accompagnati dall’aggettivo possessivo. Così quando Chloe chiede a Chris: “Che hai messo in tasca?”, lui non dovrebbe forzatamente rispondere: “Le mie pillole”, ma potrebbe limitarsi a replicare solo “Le pillole”. Altrettanto dicasi per la portinaia di Nola, che afferma: “Devo prendere la mia medicina”.

Altre chiare interferenze linguistiche presenti nel film sono: “Ero fuori controllo” per “Ero fuori di me”, “Dì il tuo numero” per “Dammi il tuo numero”, “In città” per “In centro” e “Niente per cominciare?” per “Degli antipasti/aperitivi?”. Tipiche del “doppiaggese” sono poi espressioni come “Salve, Alan” (“Hi, Alan”), dove un saluto neutro si associa al nome proprio di una persona, e “La signorina Rice ha lasciato l’appartamento”, per dire “La signorina Rice ha traslocato/è andata via di casa”. Vale forse la pena di soffermarsi sull’uso spesso eccessivo del vocabolo “appartamento” nei film doppiati. In italiano infatti si parla normalmente della propria abitazione come di “casa”, sia che si tratti di appartamento, di villa o di una piccola soffitta. Eppure il grande utilizzo del termine “appartamento” mutuato dal doppiaggio sembra aver lasciato il segno, tanto che la recentissima canzone “Qualcosa brucia ancora” di Mario Venuti, il quale probabilmente parteciperà al prossimo Sanremo, inizia con la strofa: “Abito un appartamento un po’ troppo grande per me”.

Nei dialoghi italiani di Match point ci sono tuttavia anche alcune soluzioni particolarmente brillanti, come ad esempio il termine “gastropub”, un tipo di locale evidentemente molto presente nella multietnica Londra, che qui in Italia invece non sembra ancora aver messo radici. Intanto però il film ha contribuito a diffonderne il nome creando un autentico neologismo, e chissà che prima o poi qualche gastropub non apra anche nelle nostre città. Degne di nota sono infine alcune battute di Tom, come: “Non tocco una racchetta da secolissimi”, “Rinfodera quell’orribile diritto”, “Danno una Traviatissima” e “Buon Natalaccio” che, specialmente attraverso l’uso del suffisso –issimo per formare il superlativo, applicato qui ai sostantivi, e attraverso il suffisso –accio per il dispregiativo, ben sottolineano il suo linguaggio tipico, quello che nella versione originale si deduce essere il suo modo particolare di parlare da londinese di buona famiglia, caratteristica che il genio universalmente riconosciuto di Woody Allen non poteva certo lasciarsi sfuggire. Ecco quindi che l’adattamento italiano è riuscito a rendere dal punto di vista linguistico qualcosa di non altrimenti veicolabile come l’accento della Londra bene. Peccato che queste trovate siano così poche rispetto agli scivoloni “doppiaggistici”.

Nel complesso, la direzione del doppiaggio curata da Maura Vespini risulta abbastanza accurata nella scelta delle voci e dell’interpretazione attoriale: Jonathan Rhys-Meyers, con quel tenero faccino da bravo ragazzo che tanto contrasta col ruolo del suo personaggio, l’impunito Chris, è doppiato da Massimiliano Manfredi, che gli conferisce un timbro chiaro e pulito, come a sottolinearne la lucida follia che lo rende un omicida. In completo contrasto invece la voce italiana di Scarlett Johansson, interpretata da Ilaria Stagni con un timbro volutamente basso e rauco, forse un po’ troppo forzato (in fondo nel film Nola, attrice ribelle che cerca la trasgressione, fuma sì molto, ma solo sigarette), anche se comunque rende appieno la passionalità e la seduttività del personaggio. Un però – e scusate tanto il jeu de mots – però c’è. L’orchestrazione del doppiaggio è penalizzata dai dialoghi infarciti di “doppiaggese” e inaccuratezze grammaticali che abbiamo già ampiamente discusso. Ci auguriamo pertanto che per la prossima pellicola Elettra Caporello (non ce ne voglia!) lasci che gli attori dialoghino in modo più idiomatico, insomma come parlerebbe il famoso “italiano vero”.

Marica Rizzo

Il punto di vista di...

mi sembra un po' eccessivo improntare una critica su verbi del sentimento, i modali e gli aggettivi possessivi. tante, troppe parole spese per poi dover analizzare: ti è piaciuto o le mie pillole...o il fratello che fa il solletico.. non vorrei sembrare riduttivo ma non credo che i dialoghi di Allen possano risentire di un MIO in più o in meno o di un AMAMI/TU NON MI VUOI BENE. io non andrei a cercare per forza il pelo nell'uovo, ma io sono un semplice spettatore, amante del doppiaggio, rimasto colpito dalla genialità di questo film.

Francesco Nicolai

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