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Recensioni Reviews

Scheda

Sceneggiatura:

Adrian Rudomin

Regia:

Adrian Rudomin

Prodotto da:

Azucar Entertainment / Laurinfilm / Bespoke Productions / IMS 3

Distribuito da:

EP Productions

Voci:

dialoghi
italiani
0
direzione
del doppiaggio
0

Il giorno dell'ira
(Day of Wrath, Ungheria/Regno Unito 2005)

Filmetto alquanto debole e approssimativo ambientato nel ‘5oo, che scimmiottando Il nome della rosa cerca di narrare le peripezie degli ebrei spagnoli nell’evitare le delizie dell’Inquisizione, ma - nonostante l’interessante aspetto storico - non è sufficientemente sostenuto né dalla regia né dall’interpretazione di Cristopher Lambert, qui fortemente spaesato e fuori luogo nel ruolo di “capo della polizia” un po’ bevuto, né dagli altri attori, tranne forse il governatore locale e il cattivo di turno che sembrano essere invece gli unici a mostrare una certa capacità recitativa. E l’insieme di queste caratteristiche ha probabilmente tenuto ben lontani i distributori dall’idea di rischiar soldi in costosi doppiaggi e nella stampa di inutili copie, tanto è vero che la pellicola riposava nel giusto oblio dal lontano 2005. Ma ecco invece che la fame di contenuto provocata dalla delirante moltiplicazione dei canali televisivi ha fatto il miracolo, e così lo sforzo del duo Rudomin/Lambert è approdato su Rai 4 in prima serata, rovinandocela. Soprattutto per il doppiaggio.
Non è dato sapere (la Rai, interpellata, non è stata in grado di darci lumi e i titoli di coda non elencavano i nomi dei responsabili) chi ha steso l’italica colonna sonora urticante sul già fragile impianto, ma l’impiastro è stato fatale: è davvero singolare se non imbarazzante che la rete pubblica acquisti i prodotti senza controllare né la qualità del doppiaggio né che ci sia l’elenco di chi ha operato certe scelte.
Per quanto riguarda la recitazione, approfittando della totale assenza di direzione i doppiatori, maschi e femmine - soprattutto le seconde, che per inciso più che un cast sembrano il campionario di un chirurgo estetico - paiono recitare alla rinfusa un testo non digerito provocando reazioni tra lo sconcerto e il riso.
Ma quel che lascia allibiti sono i dialoghi, al limite dell’inverosimile. Innanzitutto, il (o la) dialoghista misterioso ha equivocato l’ambientazione geografica (del resto ben spiegata dai cartelli), trasportando la vicenda nella foresta di Sherwood, tra sceriffi, milord, lady, misure espresse in «piedi» e anglosassoni «sermoni», e anche quella storica (sempre malgrado i cartelli iniziali, che fissano la vicenda nel 1500), se si parla come se niente fosse di «separazione tra stato e chiesa» e si cercano «proiettili» sulla «scena del crimine». Ma del resto il famoso re Ferdinando di Aragona (quello della scoperta dell’America) viene chiamato re Fernando, e la nota sequenza «Dies irae» viene tradotta a casaccio, a dimostrazione che la confusione è massima.
Anche sul latino andiamo maluccio, e la semplice formula diventa «in nomine patri, fili et spiriti santi», roba che neanche al primo giorno di catechismo.
Le altre parole, quando non sono messe lì a inzeppare e arrivare alla sospirata fine della frase - il che spiega, forse, la ridondanza quasi barocca dei possessivi, come in «quando vi ho lasciato quel bel ricordo sul vostro collo» - ricordano a tratti i peggiori Harmony, come negli arzigogolati esempi che seguono: «io invece mi aspettavo una domanda preoccupata concernente la scomparsa di tuo marito; sembra che la morte del tuo consorte non significhi niente per te»; «se volevi una prostituta dovevi sposare il tuo primo amore, di sicuro non ci sarebbero state le medesime costrizioni morali che ho io»; «sono convinti che tutto sia legato a quella lista e questo ha fatto sorgere il dubbio dell’ira di dio»; «sono diversi anni che mi osservi provando un grande desiderio». Del resto, non basta far dire a un oste «ti percossero» o a un governatore «degustare gamberetti» per trasportare la nostra immaginazione nella Spagna dell’Inquisizione.
Piccola nota finale: Lambert chiede alla bella Carmen che parole le vengono in mente che comincino per “de” e la donna, evidentemente convinta che con quella bocca può dire ciò che vuole, risponde «disfatta» (anche se per ingannarci lo pronuncia «desfatta»). Un piccolo sforzo per tradurre più decentemente «defeat», no?
Insomma, che dire? Perdonateli perché non sanno quello che fanno.

Giovanni Rampazzo

Il punto di vista di...

Il mio punto di vista non è sul film - che, per grazia di Dio, non ho visto - ma sulla recensione : deliziosa, esilarante, necessaria. Grazie, Giovanni Rampazzo, di avermi regalato una salutare risata

Rosalba Oletta

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