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Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

David Lynch

Sceneggiatura:

David Lynch

Regia:

David Lynch

Prodotto da:

TOUCHSTONE TELEVISION, LE STUDIO CANAL+

Distribuito da:

01 DISTRIBUTION

Edizione italiana:

CAST DOPPIAGGIO

Dialoghi italiani:

VALERIO PICCOLO

Direttore del Doppiaggio:

CARLO COSOLO

Voci:

Naomi Watts:

BARBARA DE BORTOLI

Laura Harring:

CHIARA COLIZZI

Justin Theroux:

FRANCESCO BULCKAEN

Ann Miller:

ANITA BARTOLUCCI

Dan Hedaya:

MARIO BOMBARDIERI

Lafayette Montgomery:

LUCA DAL FABBRO

Angelo Badalamenti:

FRANCESCO VAIRANO

Robert Forster:

MASSIMO CORVO

Brent Briscoe:

PAOLO LOMBARDI

Marcus Graham:

DANILO DE GIROLAMO

James Karen:

DANTE BIAGIONI

Chad Everett:

ROMANO MALASPINA

Patrick Fischler:

FABRIZIO VIDALE

Michael Cooke:

CARLO COSOLO

Mark Pellegrino:

ORESTE BALDINI

Mulholland Drive
(Mulholland Dr., Usa/Francia 2001)



Sono passati molti anni da Eraserhead (midnight movie sperimentale ma che mostrava le potenzialità di David Lynch) e dal capolavoro Velluto Blu (ero innamorata pazza di Dennis Hopper, ora che appartiene definitivamente alla Storia, ho finalmente il coraggio di dirlo), e molti anche dalla serie che ha contribuito a cambiare il linguaggio del racconto televisivo e a mostrarne le potenzialita espressive, Twin Peaks, e Lynch comincia a battere il passo con questo film – in realtà il pilot mancato di una serie tv - pregevole ma un po’ di maniera. Una ormai consueta esplorazione multidimensionale del sogno, dell’inconscio e del disturbo mentale, ma con nessuna concessione allo spettatore e a un minimo suo bisogno di chiarezza; insomma qui Lynch tira a confondere o non riesce a strutturare un impianto drammaturgico compiuto. Questa sensazione avevo avuto nel 2001 quando uscì e la stessa ho ora, forse aumentata a causa della bollosa umidità di questo preapocalittico 2010. Di rilievo la grande capacità di regia e di direzione degli attori, molto coinvolti e tutti davvero molto bravi, soprattutto Justin Theroux. Anzi, propongo una pubblica sottoscrizione per offrire a Lynch la possibilità di girare un film in Italia dal titolo provvisorio P3 per ottenere un doppio obiettivo, da una parte dargli un’opportunità di misurarsi con una realtà diversa e quindi di rinnovarsi, dall’altra di darci una grande occasione di godere della sua enorme capacità di introspezione e di analisi dell’incubo nel descrivere nani e ballerine nostrani.
Del doppiaggio di Mulholland Drive – mi dispiace per i lettori – non dirò una parola, in rispetto dell’Autore che lo disprezza.

Marnie Bannister

Il punto di vista di...

Buongiorno. Leggo spesso con piacere le recensioni scritte dai vostri collaboratori poiché sono un appassionato di doppiaggio (benché a me piaccia particolarmente il doppiaggio dagli anni '30 fino al termine degli anni '60, mentre voi abbracciate soprattutto i decenni successivi). In quanto amante di questa forma d'arte e dei suoi limiti, rimango spesso deluso dalle recensioni di "Marnie Bannister". E' una forza della natura, inutile nasconderlo: intelligente, geniale, sagacemente velenosa, insomma i suoi scritti mi procurano sempre un sacco di risate, per non parlare di quanto scriva divinamente... ma non sarebbe forse il caso che parlasse un po' più dei doppiaggi e che andasse meno a braccio libero scrivendo tutt'altro? Il clou l'ha raggiunto con Mulholland Drive, dove si è profusa in lodi a David Lynch, ha parlato di come potrebbe ritrarre l'Italia di veline e Berlusconi, per concludere con un "quanto al doppiaggio non dirò nulla". Beh, direi che su una rivista in rete di critica del doppiaggio bisognerebbe discutere principalmente di quell'elemento... E' chiaro che in questo modo ha voluto sottointendere che la versione italiana non le è piaciuta, ma ci sarebbe garbato saperne il perché, con raffronti tra originale e adattamento ed opinioni sull'interpretazione dei doppiatori. Non basta dire che lo stesso Lynch lo disprezza, perché Lynch è un deficiente patentato che non comprende l'utilità del doppiaggio né riesce a capire quale grande e difficile forma d'arte sia. Il doppiaggio di Mulholland Drive è probabile che Lynch manco l'abbia ascoltato, perché lui odia per partito preso le versioni post-sincronizzate in lingua straniera, non degnandosi nemmeno di considerare che in alcuni casi il doppiaggio può perfino migliorare l'originale. Se può interessarvi il consiglio di un lettore, vi suggerir ei di chiedere a "Marnie Bannister" di prodursi in qualche volo pindarico in meno e d'attenersi più strettamente alla tematica di cui tratta il sito perché, a parte le grasse risate che può regalare, ai lettori di asinc poco interessano i suoi sogni sul cibo e via discorrendo. Cordialmente

Lettore anonimo

la risposta...

caro anonimo, ti ringrazio per i tuoi pensieri, le tue considerazioni, le tue critiche, in definitiva, di esistere. E quindi rispondo volentieri. Nel pome ho sempre fatto un salto al bar per fare una merendina, ma da un po’ ci vado solo per prendere un tè (tu mi dirai: “ma a me che me ne importa di quello che prendi al bar”, il problema è che invece a me piace farti sapere – a te lettore, eh, non fraintendiamo, sono fidanzata – che poi quando sono lì al banco del mio bar pasticceria preferito e so che i miei biscottini preferiti – le lingue di gatto – sono lì e che io non li mangerò, o meglio li mangerò la prossima volta, e ogni volta mi dico la stessa cosa), e lì attacco bottone con la proprietaria che è anche una raffinata cinefila. E lei, anni fa, durante una discussione su cinema e critica, mi ha fatto vedere la luce – somiglia anche un po’ a Belushi (non me ne vorranno entrambi) - perché mentre insisteva sul rapporto tra la visione didattica kracaueriana e il condizionamento passivo ineluttabile e agognato dello spettatore, come non unica ma miglior condizione possibile per raggiungere il vertice del coinvolgimento emotivo davanti allo schermo, riempiva i cannolini di fragrante sfoglia, uno dopo l’altro in un metapoetico studiato e automatico sincronismo, di densa corposa anima cremosa, dando contemporaneamente senso a due unicum irripetibili – certo, come immagine casuale complessiva - e facendomi capire che forse il dovere del critico è anche quello di sottolineare al lettore la sua umanità e di mostrarsi con pregi e difetti, dando la possibilità a quest’ultimo di entrare in una dimensione confidenziale e superare la freddezza dell’atto critico che sembra discendere da chissà dove, fuori dalla realtà. Realtà che poi condiziona ogni nostro atto, e quindi ogni intervento esterno, sia politico, sia di cronaca o altro – tra cui il sogno come prodotto sublimato dell’inconscio, magica utility riparatrice - “tocca”, contamina e muta la nostra capacità espressiva. Spero quindi che sopporterai ogni sincerità. Per quanto riguarda Lynch forse – e nonostante gli approfondimenti sulla questione ospitati in altre pagine della rivista - non sono stata abbastanza chiara, ma la scelta di non parlare del doppiaggio di Mulholland era una provocazione secca, diretta certo a lui (che probabilmente non capirà – e di cui non verrà forse a conoscenza – mai, così soffocato com’è dalla sua limitante ego-ottica anglocentrica), ma anche agli addetti – e perché no, anche agli spettatori, quelli provvisti di coscienza critica -, che a mio avviso dovrebbero prendere una posizione netta sull’argomento. Ma mentre nei secondi il compromesso è accettabile, quando non diversamente consigliati dal dottore, per i primi no, se si vuole restare sul piano della dignità.

Marnie Bannister

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