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Scheda

Soggetto:

Jonathan Safran Foer (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:

Liev Schreiber

Regia:

Liev Schreiber

Prodotto da:

Big Beach

Distribuito da:

Warner Bros.

Edizione italiana:

CD Cine doppiaggi

Dialoghi italiani:

Valerio Piccolo

Direttore del Doppiaggio:

Carlo Di Carlo

Assistente al doppiaggio:

Marina Allegrini

Voci:

Elijah Wood:

Davide Perino

Eugene Hutz:

Massimiliano Cutrera

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
4

Ogni cosa è illuminata
(Everything Is Illuminated, Usa 2005)

Questo film, tratto dall’omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer, ha sicuramente dato non pochi problemi al dialoghista che ha dovuto tradurre ed adattare l’opera originale. Accuratezza, sensibilità e padronanza della lingue dovrebbero caratterizzare qualunque adattamento, ma un film come questo, per vibrare, necessita di attenzioni linguistiche speciali, deve giungere nelle mani di veri e propri feticisti delle parole.

Le ragioni della complessità di traduzione e adattamento di Ogni cosa è illuminata sono molteplici e si intuiscono al meglio se si ripercorrono le difficoltà linguistiche già insite nella versione originale; anzitutto lo sceneggiatore è dovuto partire da un romanzo di alto livello, in cui anche la più insignificante battuta o espressione è stata creata ad arte da un romanziere poetico e sperimentale. Inoltre il film, ambientato in Ucraina, ha imposto agli autori una scelta stilistica fondamentale: se far parlare in un inglese stentato, con forte accento russo tutti i personaggi o solo i più giovani, che in effetti sono gli unici ad aver studiato questa lingua.

La decisione di lasciare che i personaggi più anziani parlassero proprio in russo (sottotitolandoli) è, a mio avviso, di grande effetto. Innanzitutto perché sottolinea e denota immediatamente la chiusura culturale, più o meno volontaria a seconda dei personaggi, nei confronti dello straniero (americano) e della modernità che incarna. In secondo luogo perché diventa metafora tangibile delle barriere e delle specificità linguistiche e culturali che si manifestano ogniqualvolta due popoli profondamente diversi entrano in contatto. Ed infine, da un punto di vista più strettamente artistico, la difficile scelta di far parlare tre lingue nel film (l’inglese corretto, l’inglese buffo inventato da Alex ed il russo) incarna il coraggioso tentativo di trasporre a livello cinematografico almeno una parte della sperimentazione linguistica presente nel romanzo. Infatti, anche attraverso altri espedienti tecnici e del montaggio (per esempio l’uso di cartelli che indicano il nome dei capitoli scritti a mano come se fosse davvero un diario), gli autori del film sono riusciti a superare le difficoltà tipiche di una traduzione intersemiotica, usando, come direbbe Dudley Andrew, le specificità di significazione del cinema per salvare le specificità dell’originale.

Solo a partire da queste necessarie premesse di carattere teorico, si può dunque comprendere la portata della sfida intrapresa dal dialoghista italiano che ha dovuto realizzare un’ulteriore tipo di traduzione: quella linguistica. E, in verità, il risultato finale del lavoro è ottimo; la lingua italiana è usata in maniera corretta, senza le aberrazioni linguistiche tipiche del famigerato “doppiaggese”, il sinc è buono e il registro linguistico creato per i personaggi è coerente con il loro modo di essere ed è costante, li accompagna dall’inizio alla fine. Il giudizio è positivo anche per quanto riguarda la scelta e la direzione delle voci.

Nella versione che circola nelle nostre sale, Jonathan è doppiato in italiano, il nonno ed i personaggi più anziani mantengono il russo dell’originale (sottotitolati ovviamente, in italiano) e il protagonista/narratore (Alex) parla una lingua tutta sua, un italiano stentato che dovrebbe rendere quell’inglese comico, imparato sui libri e tradotto in maniera letterale usato dall’attore nel testo originale.

È evidente che le difficoltà maggiori si sono presentate traducendo le battute di Alex, poiché dovendo assumere, per convenzione, che la lingua “dominante”, di riferimento, è l’italiano, ne consegue che anche gli errori grammaticali e lessicali da lui commessi devono nascere da una storpiatura della nostra lingua. E in qualche raro caso, a mio avviso, l’adattatore di Ogni cosa è illuminata è scivolato proprio su questa impasse perché ha proposto, in italiano, errori tipici dell’inglese. La sfumatura è sottile e difficile da cogliere ad un primo esame poco attento, ma il seguente esempio può chiarire la mia osservazione. Nella versione italiana Alex dice: “Io e mio nonno siamo molto approssimati”. Probabilmente, la battuta nel film originale è: “My grandfather and I are very approximate”, e l’errore funziona perché approximate è sinonimo di near che a sua volta è sinonimo di close, l’aggettivo che sarebbe stato corretto parlando di sentimenti, mentre i primi due aggettivi indicano sì vicinanza, ma solo da un punto di vista spaziale. In italiano, allora, per rendere l’errore, bisognava giocare sui sinonimi dell’aggettivo vicino che non fossero però intercambiabili. Un esempio potrebbe essere: “Io e mio nonno siamo molto contigui” che, fra l’altro, rende anche l’idea di uno straniero che sta cercando di imparare delle parole particolarmente colte ma le usa poi a casaccio. Approssimato, in italiano, non riesce a ricostruire tutti i passaggi che precedono l’errore in approximate e, soprattutto, non evoca immediatamente un senso di vicinanza che deve invece trapelare per permettere allo spettatore di gustarsi la battuta.

Sottigliezze a parte, Ogni cosa è illuminata è uno splendido film anche nella versione doppiata; riesce a riproporre lo spirito dell’opera originale, facendoci ridere di gusto proprio per il modo di esprimersi dei personaggi e commovendoci con la poesia dei silenzi, delle musiche e dei surreali paesaggi ucraini.

Paola Zampolli

Replica

Gentili signori, in riferimento alla recensione di Paola Zampolli del film "Ogni cosa è illuminata", desidero innanzitutto ringraziare per l'analisi approfondita e puntuale del doppiaggio di un film cha ha presentato più di una sfida. Vorrei comunque precisare che nell'originale inglese la parola che noi abbiamo tradotto con "approssimato" non era "approximate" bensì "proximal", che è un termine prettamente scientifico.

Annalaura Carano
Technical Manager
Warner Bros. Pictures Italia

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