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Juno
(Juno, Usa 2007)

Continua il dibattito su Juno

Valerio Moretti (2^ parte)

Replica

Se legge attentamente ciò che ho scritto, io dico che un film può e DEVE (maiuscolo, ricorda?) non piacere, l'importante è il tono che si usa da parte vostra nel lodare (cosa che non cerco) o nel censurare gli eventuali errori altrui , e cioè: rispettoso, garbato ed educato. La sua sembra solo una penna avvelenata, perché se conoscesse, come dice, il lavoro del doppiaggio e le colonne internazionali, dovrebbe poter capire che la decisione di non inserire il testo del jingle neanche come sottotitolo (nell'eventualità che potesse essere in colonna internazionale l'avevo scritto anche per questo fine) è stata presa da qualcuno più in alto di me: il cliente, che decide se cambiare parole, intonazioni, e quant'altro abbiano fin lì realizzato il direttore di doppiaggio e i suoi collaboratori, compreso inserire o meno sottotitoli. Oltretutto, cosa anche questa che dovrebbe sapere, al dialogista non si danno mai le colonne internazionali, ma solo una copia, spesso malandata del film e la lista dialoghi. Io non voglio essere lodato per forza, 50 anni di successi e premi mi bastano, ma desidero essere criticato "cum iudicio" et respecto. Non è lei ad aver dato dello scribacchino a me, bensì io a lei , cosa che non avrei mai fatto data la mia natura pacata e moderata, poiché mi sono sentito offeso dalla sua gratuita e sferzante recensione che sembra tradire solo spocchia non suffragata da adeguata preparazione. Le critiche negative, garbate e costruttive (se fatte da chi ha il dovuto spessore) possono essere molto istruttive. Una sola altra volta, in tanti anni di carriera, mi sono risentito: è stato quando un suo pseudo collega, sempre in una critica online, aveva definito il mio doppiaggio del protagonista di Truman Capote "inverosimile e sopra le righe", senza valutare la solita trafila di supervisori, direttori e controlli vari. L'ho sfidato a sentire l'originale. Tatti Sanguineti aveva gridato al miracolo per sensibilità e verosimiglianza, Paolo Mereghetti aveva scritto che ai doppiatori dei protagonisti di Truman Capote e di Transamerica (da me dialogato e diretto) doveva andare l'Oscar. Il giornalista si è scusato, dichiarando di non aver ascoltato l'originale e di aver "pensato" che io avessi sbagliato. Anche lì non si è tenuto conto che esistono supervisori, direttori di doppiaggio, capi ufficio edizione, marketing e quant'altro gira intorno ad un prodotto che deve produrre soldi. Ora, voi orientate il pubblico e fate sì che anche gli addetti ai lavori, se non hanno tempo di verificare di persona, si formino un'opinione che può essere falsata dal vostro giudizio. Io credo che la chiave di tutto sia nello stile che dovreste usare: non bisogna per forza mordere i polpacci (senza contare che servirebbero i denti per farlo), ma si può educatamente e garbatamente contrapporre un proprio punto di vista ad un'opera portata a termine da gente che vanta un "curriculum" di tutto rispetto, ma che può, come tutti gli esseri umani, anche sbagliare. Ogni punto di vista è rispettabile se esposto adeguatamente e con competenza. Altra cosa che lei evidentemente non sa - e percepisco che dei retroscena di questo lavoro conosca ben poco - è che per film particolari vengono fatte delle anteprime per verificare se il linguaggio è consono e se incontra il gusto del pubblico, in questo caso giovanile. Inoltre, per risponderle, esiste un'associazione dialoghisti (AIDAC) di cui io faccio parte, così come esiste un Ordine dei Giornalisti, a cui non mi risulta che lei fosse iscritto a tutto il 2007. E' riuscito poi ad entrarvi? siste solo, tra i pubblicisti, un certo Valeriano Moretti di Chieti. E' forse lei? Ne sarei lieto. Un'ultima cosa: io non sono il padrone del film, se chi lo è decide di dire o fare una cosa, omettere un sottotitolo, cambiare un termine o un'intonazione, io,come qualunque altro collega, DEVO obbedire.

Roberto Chevalier

Il punto di vista di...

Se un film riesce a suscitare un dibattito vuole dire che ha centrato il suo obiettivo: troppe sono le produzioni che scivolano via, tra noia e ripetitività, diritte nel dimenticatoio. Certo non Juno che, vuoi per la vicenda, vuoi per le interpretazioni e per la sceneggiatura, ha fatto di sicuro breccia, stampandosi nelle menti e nei cuori. Anche in quelli degli spettatori italiani di tutte le età e questo senz’altro grazie alla resa del doppiaggio (tanti film meritevoli sono stati sviliti da doppiaggi indegni!), che è stato, a mio avviso, in grado di offrirci al meglio le sfumature complesse e ‘intraducibili’ del linguaggio sui generis di Juno. E questo va ascritto ai dialoghi, adattati da Roberto Chevalier, che hanno servito su un piatto d’argento la personalità sfaccettata di Juno, riuscendo a modellare le espressioni gergali e lessicali alle esigenze tecniche della sincronizzazione. Un piatto d’argento di sensibil ità, ritmo, inventiva, senso del narrare, che ci offre Juno a tutto tondo, tanto da poter dire che il personaggio scoppiettante creato dalla sceneggiatrice Diablo Cody è straordinariamente fruibile anche dallo spettatore che assiste alla versione doppiata. Ho avuto modo, durante la Festa di Roma del 2007, di partecipare alla proiezione della versione originale del film e temevo che il doppiaggio non riuscisse a essere adeguato, non ce la facesse a stare dietro allo ‘slang’ della protagonista. Cosa che non è avvenuta e posso solo immaginare la fatica che deve essere costata nel far rivivere Juno in versione italiana… Ho ventisei anni e mi ritengo quindi ancora abbastanza giovane per poter valutare se il gergo è inattuale, improponibile e/o banale: niente di tutto questo trovo nell’adattamento di Juno. Che piaccia o meno, sia brutto o no, noi giovani usiamo l’espressione ‘fare sesso’, ma anche ‘tipo cioè’ e frasi analoghe. Non giriamo sempre con il dizionario della Crusca sotto il braccio, ‘costruiamo’ la lingua e la facciamo, inconsapevolmente, evolvere, nel bene e nel male e siamo ‘dentro al quotidiano’, con tutti i suoi pregi e aberrazioni. Io trovo che spesso, e questo è senz’altro il caso, si critichi senza tenere i piedi ben piantati sulla terra, senza ‘far parte del mondo’, giusto per il gusto di farlo, senza solide motivazioni e - gravissimo - senza neppure conoscere i retroscena ‘tecnici’ di un lavoro faticoso, importante e spesso sottovalutato, che è quello del doppiatore, del direttore di doppiaggio, dell’adattatore… Non so se il critico di Juno abbia visto il film d’animazione Ratatouille, in cui il regista e sceneggiatore Brad Bird tirava, tramite le parole del critico culinario Anton Ego, una frecciatina molto acuta al mondo della critica sterile e stantia. Diceva, pressappoco: “Per molti versi il lavoro del critico è facile. Rischiamo molto poco e godiamo della nostra posizione nei riguardi di chi ci offre il proprio lavoro per un giudizio. Noi prosperiamo sulle critiche negative, perché sono facili da scrivere e da leggere. […] Ma ci sono delle volte in cui un critico rischia veramente qualche cosa, nella scoperta e difesa del nuovo”. Lo tenga presente il critico Valerio Moretti, la prossima volta. Perché quello di Roberto Chevalier, in Juno e anche altrove, è un orecchio sempre aperto sul mondo e dentro di esso: pronto a coglierne gli umori, le novità, i cambi di intonazione e di gergo. E Chevalier ce ne dà prova di continuo, quando gliene viene dato modo. Grazie per l’attenzione!

Giorgio Castagnetti

Il punto di vista di...

Capisco l’irritazione di uno che ce la mette tutta per far bene una cosa e poi si sente dire che non è stato abbastanza, però in questo caso la critica non può che accettarla, perché VM ha detto delle cose che condivido in pieno, anzi gli ha riconosciuto il merito di una direzione del doppiaggio molto buona. Il problema sono i dialoghi. Ormai col dvd c’è tanta gente che può vedersi il film in originale e rendersi conto del livello di adattamento dei dialoghi. RC ci ha provato, ma ripeto – e mi sento di poterlo dire visto che ho vissuto per anni in California – non ha fatto abbastanza, forse avrà dato il suo massimo, ma non è stato sufficiente. E’ come se Mennea si incazzasse perché perde i 100 metri contro Bolt. A volte conviene rinunciare. Lo so che il doppiaggio non è certo una passeggiata, anzi spesso è come scalare una parete di settimo grado, ma io che conosco i miei limiti non mi ci metto mica! Alla mia età e con le mie conoscenze di roccia non vado più in là del terzo! Però se se sono superbo o incosciente e mi spingo oltre e cado non posso certo prendermela o pestare i piedi (magari con una caviglia fratturata) con chi mi assegna la colpa di quello che è avvenuto. Rischio di farmi ancora più male. Per inciso non è certo solo VM a pensarla così, basta battere su qualsiasi motore "doppiaggio Juno" per farsi un’idea.

Fabrizio L.

Replica

Salve, mi chiamo Paolo Penza e sono il responsabile della Fox Searchlight preposto al controllo del lavoro di Roberto Chevalier per il doppiaggio di JUNO. Relativamente alla questione del "collaborative divorce" da lei indicata, vorrei precisare che la soluzione fu presa in esame e poi scartata perché in effetti non si tratta di questo. Il termine "collaborative divorce" viene usato dal marito per descrivere un nuovo tipo di divorzio nel quale i due coniugi usano lo stesso avvocato, a significare una totale armonia di vedute fin dal momento di istituzione della causa. Lui dice infatti, pressappoco e se la memoria non mi inganna:" Possiamo rivolgerci entrambi a Gerda (l'avvocato della famiglia), adesso si usa cosi. Lo chiamano divorzio in collaborazione." Si tratta quindi di un modo di procedere invalso da poco perfino nell'ambiente molto "fashionable" di cui fanno parte i due giovani sposi del film. Oltretutto, a voler essere precisi, non avremmo potuto usare il termine il termine divorzio consensuale perché in italiano neanche esiste. La regolamentazione vigente infatti, prevede la "separazione consensuale", oppure il "divorzio congiunto". Nel caso di separazione consensuale tra i coniugi non è richiesta la presenza e l'assistenza di un avvocato. Nel procedimento di divorzio, invece, la possibilità dipende dal tribunale adito. Per il solo caso di divorzio congiunto, infatti, vi sono tribunali che permettono ai coniugi di presentarsi all'udienza personalmente e senza l'assistenza di un avvocato. Come vede si tratta quindi di un concetto diverso da quello esposto nel film, e questo spiega perchè non sia stato usato questo termine. Vorrei anche aggiungere qualcosa. Nel corso della mia attività professionale, ormai purtroppo pluriennale, mi sono occupato a lungo anche di doppiaggio e di traduzioni. Ho una discreta conoscenza dell'inglese e ho tradotto molti copioni per il cinema e anche un romanzo. La prego di credermi che nulla mi irrita di più che il sentire dei doppiaggi nei quali la traduzione sia stata fatta in maniera approssimativa, superficiale, o addirittura sbagliata. Io ricordo perfettamente casi di doppiaggi dove davanti a un incendio doloso il detective diceva "Arson is suspected" ("arson" appunto è incendio doloso in inglese) e il direttore del doppiaggio faceva esclamare in italiano un ineffabile "Sospettiamo un certo Arson". Oppure dove alla domanda "Lui come sta adesso?" (risposta in inglese" He's pissed off", vale a dire è incavolato, arrabbiato) la voce dell'attore italiano rispondeva "se l'è fatta addosso"(!!). Ebbene, proprio perché ho ben presente le aberrazioni che in questo lavoro possono uscire fuori, cerco di avvalermi sempre della collaborazione di direttori come Roberto Chevalier. Le soluzioni linguistiche usate in un film, possono talvolta non convincere tutti, possono magari essere più felici e altre volte meno riuscite, per carità. Ma se il film è doppiato con cura, e se posso aggiungere con passione, come è il caso di tutti i lavori finora eseguiti da Chevalier per noi, il risultato finale è sempre supervisionato, approvato e infine apprezzato, dalla casa di distribuzione. Data la passione di cui sopra, non mi stupisco affatto nel rilevare come lo stesso Chevalier abbia risposto con una certa suscettibilità alle sue osservazioni. So come lavora e so con quanto orgoglio difende il suo lavoro. Intendiamoci, tutto è perfezionabile, specie se consideriamo che i distributori sono uomini e a volte sono più responsabili degli errori che non i direttori stessi, obbligando i doppiatori, come fanno spesso, a lavorare in condizioni economiche e di tempo non sempre ottimali. Ma questo ci porterebbe lontano. Personalmente ritengo che, considerato il tempo medio che viene assegnato a un direttore per eseguire un adattamento e un doppiaggio, il lavoro fatto da Chevalier per JUNO sia stato eccellente. Grazie per lo spazio che vorrà dedicare a questa mia.

Paolo Penza
Fox Searchlight

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