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Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

DOMINIQUE ARCE

Sceneggiatura:

ABDELLATIF KECHICHE, GHALYA LACROIX

Regia:

Abdel Kechiche

Prodotto da:

PATHE RENN PRODUCTION, FRANCE 2 CINEMA

Distribuito da:

LUCKY RED

Edizione italiana:

ANGRISERVICE SRL

Dialoghi italiani:

GIORGIO TAUSANI

Direttore del Doppiaggio:

ROSY ROCCHI

Assistente al doppiaggio:

DONATELLA FANTINI

Fonico di doppiaggio:

PAOLO BATTISTI

Fonico di mix:

ROBERTO CAPPANNELLI

Sonorizzazione:

CINECITTA’ STUDIOS

Voci:

Habib Boufares:

FRANCO ZUCCA

Hafsia Herzi:

DOMITILLA D’AMICO

Farida Benkhetache:

LAURA ROMANO

Leila D'Issernio:

ALESSANDRA CASSIOLI

Bouraouia Marzouk:

AURORA CANCIAN

Bruno Lochet:

ENZO AVOLIO

Sabrina Ouazani:

PERLA LIBERATORI

Olivier Loustau:

GAETANO VARCASIA

Henri Rodriguez:

FRANCO MANNELLA

Alice Houri:

SELVAGGIA QUATTRINI

Sami Zitouni:

ALESSANDRO QUARTA

Mohamed Benabdeslem:

SIMONE CRISARI

Jeanne Corporon:

LAURA BOCCANERA

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
4

Cous Cous
(La graine et le mulet, Francia/Tunisia 2007)

Premio della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2007, Cous Cous – il cui titolo originale sarebbe "Il grano e la muggine", con riferimento al piatto di pesce attorno a cui ruota tutto il film – è un film eccezionale per la storia che ci racconta e per il modo di narrarla.
Abdellatif Kechiche ci porta all’interno della vita e delle dinamiche famigliari di Slimane, immigrato magrebino ed operaio in un cantiere navale di Setè. Separato dalla prima moglie, Slimane continua a mantenere la numerosa famiglia e ad avere un buon rapporto con la donna. Con il passare degli anni però l’uomo ha trovato conforto nelle braccia della sua nuova padrona di casa, facendo anche da padre alla figlia di lei, Rym. Le due famiglie non si sopportano – o meglio, la prima non riesce a tollerare la seconda –, ma faranno fronte comune per realizzare il sogno nel cassetto dell’uomo: convertire una vecchia chiatta in un ristorante in cui servire il cous cous di pesce della prima moglie.
Il film affronta temi delicati come l’integrazione degli immigrati nella società francese. Grazie a lui entriamo in un mondo a sé stante, una comunità chiusa e regolata da leggi interne che il mondo circostante fa finta di non vedere e tratta con educato razzismo. I personaggi si muovono in un inter-spazio creato fra due culture, la loro duplicità è esplicitata dal linguaggio utilizzato: un italiano (francese nell’originale) inframmezzato da espressioni e intercalari in arabo. Rym è forse più di ogni altro personaggio l’incarnazione di questa convivenza forzata e pacifica, con quel suo linguaggio sempre costellato di modi di dire arabi, lingua che non esita ad utilizzare talvolta in casa e con i vecchi avventori della locanda della madre. 
Una doppia anima che viene sapientemente mantenuta nella versione italiana. La scelta di rispettare questa duplicità del film, unita a quella di non doppiare personaggi con stereotipati accenti, ma con una perfetta dizione, rendono il doppiaggio un lavoro eccellente, che rimarca il fatto che l’essere stranieri per i ragazzi più giovani è in realtà un fatto culturale più che reale. Molto buona anche la scelta delle voci, la cui recitazione è in grado a tratti di rafforzare la caratterizzazione dei personaggi.
Qua e là nelle battute si percepisce, soprattutto fra i giovani, una vena di velato cinismo verso quella cultura a cui i genitori guardano ancora con fiducia: «Prima c’erano le fonderie anche in Francia, ma a quanto pare abbiamo finito i fiammiferi. O forse manca la manodopera», afferma nei primi minuti del film uno dei figli di Slimane, commentando con ironia il fatto che le opportunità di lavoro siano sempre meno.
La traduzione è nel complesso buona, nel caso dei personaggi femminili – soprattutto se si tratta delle donne della famiglia di Slimane -  il linguaggio appare a volte leggermente forzato, come se non fossero abituate ad esprimersi in italiano; ma questo accorgimento non trova alcuna motivazione nella trama del film, in cui tutti sembrano usare una lingua comune, magrebini o francesi che siano. Perciò troviamo frasi come: «Io mica capisco», oppure «Ho visto tuo figlio l’altra volta», un italiano corretto anche se in forme poco usate o troppo complesse per il linguaggio di ogni giorno. Lo stesso discorso vale per «Già oggi ha poca chiacchiera», un modo di dire poco comune, o le inversioni di frase come nel caso «Ci cade la iella addosso se continui così», che però che però nel linguaggio complessivo del film non stonano.

Francesca De Rosa

Il punto di vista di...

cara De rosa, sono d'accordo con la tua recensione solo in parte. Mentre i dialoghi scorrono giusti e aderenti, secondo me la recitazione è a volte imprecisa, come se alcune delle voci scelte non aderissero perfettamente alle facce degli attori; per esempio quando i vecchi amici del padre se ne stanno al bar non si capisce mai chi parla e anche se le bocche si mmuovono la voce sembra venire da un'altra parte. Ora non so se la responsabilità è una questione tecnica di posizionamento o di tipo di microfono, però questa cosa "salta all'orecchio" parecchie volte nel film. Insomma, senza nulla togliere all'impegno degli attori, però io alla direzione non avrei dato più di 3. Ciao.

Ottavio Ginestra

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