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Interviste Interviews

Intervista a
Mario Paolinelli,
dialoghista, vicepresidente dell’AIDAC
 

15 05 2013

domanda

Mentre “oversound” è un termine tecnico, in cui si indica in modo neutro che non ci troviamo in presenza di doppiaggio ma della sovrapposizione di una voce di servizio a quella originale, la parola “similsync” introduce un concetto di commistione tra realtà e finzione, andando a mio parere a incrinare quel patto con lo spettatore per cui quest’ultimo è disposto a sospendere la propria incredulità e accettare il doppiaggio. Quali sono, secondo lei, le implicazioni di questo passaggio?

risposta

Ha quasi detto tutto lei e non mi resta che completare la sua analisi: questa idiozia audioestetica porterà rapidamente al crollo della mutua convenzione che il doppiaggio stabilisce con lo spettatore; rivelandosi in modo così marchiano metterà a nudo la sua natura posticcia e lo spettatore comincerà a rifiutarlo: perché mai dovrei uscire di casa e spendere sette otto euro a biglietto per sentire qualcuno che fa finta di recitare, visto che nei reality in Tv è così evidente? Insomma, non so se le major se lo stiano chiedendo, ma non credo che gli interessi di chi distribuisce un film straniero doppiandolo collimino con quelli che gestiscono i prodotti factual. Anzi sono convinto che questo tipo di operazione subculturale finalizzata alla massimizzazione del profitto pubblicitario danneggi profondamente il doppiaggio (e quindi i suoi ignari addetti) e quindi la grande distribuzione internazionale, se è sempre vero che un buon doppiaggio moltiplica per otto gli incassi. Insomma, vale la pena ricordare l’invenzione disneyana del suicidio collettivo dei lemming che ben si adatta ai comportamenti degli addetti al doppiaggio nostrano.

domanda

Restando sul piano terminologico, trovo anche che “similsync” tenda a ridurre l’universo traduttivo del doppiaggio a una mera questione di sinc.

risposta

Innanzitutto mi permetta di sottolineare il provincialismo insito nel definire all’inglese questa “nuova pratica” che a mio avviso non è altro che doppiaggio fatto male o al massimo oversound fatto peggio. In pratica una brutta prova professionale che rende grottesco e dequalifica l’attore o l’attrice che tentano di recitare l’irrecitabile e rende manifesto e ridicolo la sforzo del traduttore-dialoghista mostrando inevitabilmente i limiti teorici e tecnici del suo agire. Anni fa teorizzavo che il doppiaggio degno di nota è quello che non si nota. Oggi mi tocca dire che: a doppiaggio svelato (o violato), meglio il film sottotitolato.

domanda

Per quanto riguarda la scrittura, però, le condizioni di lavoro degli adattatori di questi prodotti sembrano, perlomeno, più definite di quelle che toccano ai doppiatori.

risposta

Non è proprio così. Da qualche voce riportata e da qualche fotocopia di fattura intercettata possiamo dire che queste lavorazioni per la maggior parte dei dialoghisti vengono retribuite “al minuto” invece che a rullo, come stabilito dal contratto, con valori che oscillano dai 2 ai 6 euro. Ovviamente senza il versamento dei contributi ex-enpals, ma al massimo l’applicazione dell’inutile regime previdenziale dei parasubordinati. Se si applicasse correttamente il contratto - che appunto prevede il non rispetto del sincronismo “ritmico (lunghezza della frase) e labiale (movimenti delle labbra)” - queste lavorazioni verrebbero retribuite secondo quanto stabilito dalla fascia C della tabella D: 186 euro a rullo, e cioè circa 19 euro al minuto. Ma anche qui vale la legge economica, ergo: dialoghista cattivo caccia quello buono. Si diverta lei a calcolare - oltre al danno culturale - quanti soldi non vengono versati in tasse e contributi previdenziali.

domanda

Come spiega che un editore “leader” come Discovery Italia dichiari così candidamente di aver “inventato un genere”, quindi di non conoscere il contratto, e di fatto lo ignori?

risposta

Ah bè, in questo paese dove si lasciano trascorrere i bambini tre ore al giorno davanti alla TV, dove una persona su tre non sa qual è il fiume più lungo e dove oltre un terzo della popolazione - per gran parte composta da morti di fame - vota per il partito dei padroni, dove nella graduatoria per il rispetto dei diritti umani siamo ben oltre il 40° posto, dopo il Ghana, la cosa non mi stupisce affatto. Mi stupisce invece che l’editore “madre”, la Discovery Communication Inc., nelle persone del suo fondatore John S. Hendricks e del suo attuale presidente David M. Zaslav, dal lontano puritano Maryland avallino questi comportamenti lesivi della cultura di un Paese e magari la domenica vadano tranquilli in chiesa a Silver Spring ad assistere alla funzione. Ma forse - anzi ne sono sicuro - non lo sanno quello che combinano in Italia i loro dipendenti e servitori.

domanda

C’è qualcosa che non le ho chiesto e che vuole dire?

risposta

Bè, sì. Credevo che mi avrebbe chiesto se non mi vergogno un po’ ad appartenere a questo settore. Le avrei risposto di sì. Perché è un settore in cui la parola dignità è scomparsa, sia tra quei lavoratori che accettano ogni condizione pur di “alzare la giornata”, sia tra quelle imprese che compiono la stessa operazione nei confronti dei loro committenti traendo profitto dai compensi dei lavoratori, sia tra quella committenza che approfitta della qualità e della debolezza economica delle strutture di servizio e dei lavoratori per sfruttare economicamente la situazione e non prendersi le sue responsabilità, e questo moralmente è davvero una vergogna. Infine trovo sia scomparsa anche da quelle istituzioni che avrebbero il compito di vegliare, correggere e sanzionare. Diciamo che in piccolo c’è il riflesso emblematico del paese indegno che siamo diventati in questi venti anni di dominio dell’ignoranza e del pensiero unico. Insomma, meno male che non me l’ha fatta la domanda, altrimenti mi sarei sicuramente compromesso.

 

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