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SIMILSYNC E REVERSIONING

Nuove frontiere o nuove economie del doppiaggio?

di Giovanni Rampazzo

Discovery Italia è attualmente il terzo gruppo italiano per ascolti sulla TV terrestre. Il suo fatturato nel 2011 è stato di oltre 46 milioni di euro (in aumento di più del 600 per cento rispetto al 2009) e attualmente, in mancanza di dati ufficiali, è accreditato in più di 100 milioni di euro.

Secondo i dati Auditel, Real Time, il canale di punta del gruppo, nello scorso mese di marzo è stato il primo per ascolti del digitale terrestre, mentre il tematico D-Max lo seguiva al quinto posto (dopo Rai yo-yo, ma prima di Rai movie, per intenderci). Lo share dei due canali, sommato, viaggia intorno al 3 per cento. Pochino? No, molto, visto che le due reti trasmettono un solo genere di programma, il “factual”, e che si muovono nella prospettiva di affiancare strutturalmente al “primo schermo” il “secondo schermo”, ovvero smartphone e notebook, la cui visione è ormai alternativa o anche contemporanea a quella della vecchia TV, che manca di quell’elemento social indispensabile a condividere pareri e impressioni in tempo reale.

Tempo reale, appunto, Real Time: un palinsesto fatto di documentari, docu-fiction, reality, tutorial, factual e chi più ne ha più ne metta. A patto che quella mostrata sia la vita vera, o quanto di più somigliante ad essa l’uomo sia in grado di produrre in uno studio TV.

 

Si tratta, semplificando un po’, di programmi in cui varia umanità è alle prese con problemi quotidiani che vanno da restaurare la dentiera di nonno a impiattare il sufflè senza finire alla gogna, con il nobile intento di far sentire la vita dello spettatore degna di essere trasmessa, quindi anche di essere vissuta.

Se l’elemento fondamentale di questi programmi è la “verità”, ci si aspetterebbe che siano doppiati (scelta di finzione totale, quindi di nuova realtà) oppure, al contrario, trattati con l’oversound, la tecnica classicamente usata nei documentari, per cui il personaggio sullo schermo, che è per definizione un non-attore (è un tecnico, uno scienziato, un testimone di un evento, ecc.) parla in originale e leggermente sfalsato rispetto a lui inizia a parlare il suo doppiatore. Il senso di tutto ciò è: attenzione, quella che state sentendo è la viva voce del personaggio, quindi quello che vedete non è finzione: è la realtà. Di conseguenza, quella del doppiatore è solo una voce “di servizio”, che serve a farci capire senza dover leggere, cosa a cui non siamo abituati, i sottotitoli.

Invece, accanto a programmi (come “Abito da sposa cercasi”) trattati in oversound, ce ne sono altri (come “Cucine da incubo”) doppiati sì, ma non in sinc.

Il 70 per cento delle più di 2.500 ore di edizione italiana prodotta da Discovery Italia per i suoi (attualmente) sette canali è fatto in questo secondo modo, in “similsync”.

 

Incuriosito da un articolo apparso sul Corriere della Sera, in cui Laura Carafoli (responsabile dei contenuti di Discovery Italia) dichiarava: “si tratta di un lavoro che non esisteva fino a 4 anni fa” e Michela Barbiero (direttore di Sky Uno) aggiungeva “Noi, più che doppiaggio, preferiamo chiamarlo reversioning”, ho deciso di approfondire l’argomento.

Per prima cosa ho compulsato il contratto collettivo nazionale di lavoro del doppiaggio, che in verità dedica all’oversound un intero articolo (per la precisione, l’8), che inizia così: “Per documentario non in sinc e reality non in sinc si intende un’opera non cinematografica che non comprenda alcuna parte da doppiare in sincronismo ritmico e labiale”. Insomma, sembrerebbe che il contratto avesse ben presente (fin dal 2008) questo tipo di prodotto audiovisivo. Perché, allora, tutto questo gridare alla novità? E perché i doppiatori lamentano che a questi prodotti, che non sono né carne né pesce, in cui si recita ma non sono film, non si sa bene quale tariffa deve essere applicata?

Perché, a ben vedere, è vero che, mentre nella tabella delle tariffe minime dovute per l’adattamento compare il genere “reality non in sinc”, di esso non c’è traccia nelle tabelle dei doppiatori. Insomma, la confusione che regna una qualche ragione ce l’ha.

Per cercare di fare un po’ di chiarezza e il punto della situazione, ho rivolto qualche domanda a due professionisti.

Il primo è Stefano Mondini, attore, doppiatore, direttore di doppiaggio e presidente dell’ANAD, nonché familiare narratore della “grande storia” RAI. interviste intervista Mondini

L’altro professionista che ho sentito è Mario Paolinelli, dialoghista, vicepresidente dell’AIDAC e autore di una serie di scritti che tracciano, se si può dire, una “estetica del doppiaggio”. intervista Paolinelli

 

 

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