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Interviste Interviews

Giuseppe Ferrara intervista
Mario Paolinelli,
dialoghista
 

27 11 2014

domanda

Negli anni passati, lei, con l’autorevolezza che le viene dall’essere uno dei più grandi esperti del doppiaggio, ha sollevato – con due volumi fondamentali, con numerosi articoli, con energici interventi dell’associazione Aidac, di cui è vicepresidente – la “questione doppiaggio”. Le chiedo: a che punto è, oggi, dopo tante battaglie e discussioni, la “questione doppiaggio” in Italia?

risposta

Purtroppo siamo in una situazione difficile, direi pre-comatosa. Situazione che si è venuta a creare non tanto per colpa del doppiaggio o dei suoi addetti – che di responsabilità ne hanno, intendiamoci – ma soprattutto per colpa del sistema, del mercato delle comunicazioni.

domanda

Può ampliare il concetto?

risposta

Parliamo innanzitutto di televisione. Siamo davanti a un mercato con ascolti sempre più polverizzati, con ogni emittente alla ricerca di un proprio pubblico da rastrellare nel parco buoi dei 25 milioni di potenziali spettatori italiani. Il fatto è che, con l’esplosione prima del satellite, poi del digitale terrestre e di internet, non ci sono più solo i 3/7 canali generalisti che rendevano stabile il mercato pubblicitario, permettendo così risorse in grado di assicurare un doppiaggio dignitoso; i canali sono diventati infiniti e quindi gli ascolti sono stati falcidiati, o per meglio dire sminuzzati, con le conseguenze immaginabili sul fronte del costo delle inserzioni pubblicitarie e quindi delle somme da investire nell’edizione italiana. Se il mondo del doppiaggio fosse stato consapevole che a fronte di questa moltiplicazione dei canali gli investitori erano sostanzialmente rimasti gli stessi, avrebbe potuto fare fronte comune e impedire quel progressivo disfacimento delle tariffe e delle regole che sta distruggendo il doppiaggio italiano. Si trattava di difendere un settore che vale circa 80 milioni di euro, noccioline rispetto agli investimenti pubblicitari tv che viaggiano nell’ordine dei miliardi, e invece le imprese hanno iniziato a scannarsi tra di loro per cui ora – dopo quattro anni – il valore ufficale del comparto è di circa il 50 per cento. Ma non è l’unico problema. Siamo nel terzo millennio, c’è la rete con la sua offerta elefantiaca di prodotto, ovviamente in lingua originale o mal sottotitolato, che da anni sta disabituando il pubblico al doppiaggio. I televisori, che con il loro standard degli anni ’90 a 28 pollici rendevano disagevole la lettura dei sottotitoli, ora permettono la personalizzazione delle misure e dei caratteri del testo su una misura media dell’apparecchio casalingo che ormai supera i 42 pollici. Ecco quindi che a fronte di un pubblico ridotto e mutante, gli investimenti calano e cala di conseguenza la qualità generale del doppiaggio. Ovviamente questo logoramento nell’ambito televisivo va a intaccare anche la resa professionale degli addetti e quindi si ripercuote anche nella qualità del doppiaggio dei film di circuito, dove per ragioni diverse ma equivalenti si sta vivendo uno stato di fortissima crisi. Basti pensare che i primi otto mesi del 2012 (che è l’ultimo dato ufficiale disponibile) hanno visto un crollo del pubblico cinematografico del 17 per cento. Insomma, il doppiaggio è in crisi perché è in crisi tutto il sistema audiovisivo.

domanda

Il pubblico delle sale comincia ad avere i vizi del pubblico televisivo?

risposta

Sì, senza dubbio. Anche perché la sala cinematografica sta perdendo il suo fascino di luogo magico dove vivere emozioni collettive: infatti le sale, ormai quasi tutte multisale, sono sempre più scomode da raggiungere, sempre più piccole, percorse da continui squilli telefonici, illuminate da gente che va in rete durante la visione del film, e infine puzzano troppo di polvere, colla da moquette e pop-corn (fatto ineliminabile, visto che il granturco soffiato costituisce una bella percentuale dell’incasso generale). La prima conseguenza è un’inevitabile perdita di pubblico, sia di quello maturo, abituato al cinema vecchia maniera, sia di quello giovanile che ormai non sopporta più le costrizioni della fruizione cinematografica, a partire dall’assenza di pubblicità che paradossalmente impedisce di far altro durante la visione. È notizia di questi giorni che il 66 per cento degli spettatori televisivi – più donne che uomini – va in rete durante la visione di un programma tv. Ma poi, io pischello perché devo pagare il biglietto se posso scaricarmi il film gratis da internet e vedermelo comodamente a casa, con un maxischermo e con i sottotitoli, ai quali sono abituato da anni da MTV? In questa situazione solo i così detti blockbuster americani – i filmoni – possono competere e permettersi il doppiaggio. Infatti un distributore indipendente ci penserà sempre di più prima di imbarcarsi nell’acquisto e distribuzione di un film con una bassa previsione di incasso, tra cui possiamo collocare i film così detti d’autore, o come va di moda definirli ora, i film arthouse. Facciamo un esempio su un incasso di 600mila euro, una caratura comune a molti film europei: il 50 per cento e forse più lo lascio all’esercente e al distributore regionale; diciamo che a me distributore ne restano 250 (e che vedrò non certo subito). Ma vediamo i costi. Quante copie stampo? Quanta pubblicità faccio? Quanto mi costa il doppiaggio? Lo faccio decente o a tirar via? Perché a fronte di una spesa minima di 20-30 mila euro per fare un doppiaggio di qualità – attenzione che è necessaria soprattutto a un film d’autore, che in genere come elementi di appeal ha solo la sceneggiatura e la recitazione e che, comunque, sottotitolato avrebbe scarsissimo pubblico – ci vuole nulla affinché un distributore si faccia convincere dal pizza e fichi di turno o dalla grande società zumpappero che ti fanno un regalo, proponendoti il pacchetto a 7000 euro tutto compreso. E il film quanto l’ho pagato? E a questo punto qual è il guadagno di un distributore? Cinquantamila euro? O sessantatremila, se ha optato per il doppiaggio aumm-aumm. Insomma, il valore “morale”, oltre che economico, del nostro settore vale 13 mila euro circa a film. Ma torniamo al nostro distributore: non ho considerato le spese generali e quelle per andare ai mercati di Cannes e/o Berlino. Certo, posso contare sull’home-video, sulle tv. Però deve uscire al cinema. Se non esce al cinema, il prodotto vale minimo il 70 per cento in meno. Peggio mi sento con l’home-video, che con il dvd aveva avuto negli anni 2000 uno sviluppo enorme, e ora, con l’avvento di internet, è prossimo al pensionamento. In rete – teoricamente – posso scaricare gratis in poco tempo qualsiasi film. Di conseguenza, chi si arrischierà a comprare un film e a cercare di distribuirlo, con tutte le spese che abbiamo elencato? Il piccolo distributore indipendente rischia quindi di sparire lasciando il campo al medio-grande distributore internazionale che opterà per una raccolta più di nicchia, azzerando le spese, tra cui quelle del doppiaggio – riservato ai soli blockbuster che offrono garanzie di rientro – e spendendo quattro soldi per i sottotitoli, in genere fatti malissimo e sempre più spesso gratis col traduttore automatico dalle tante ingenue o finte ingenue crocerossine della rete, oppure da qualche multinazionale che non si vergogna di pagarli 20 centesimi l’uno contro una tariffa media stabilita dal contratto nazionale (tra 1,5 e 2,5 euro), o delle tariffe francesi di 3-7 euro a sottotitolo. Tanto è roba che vedranno in quattro gatti in streaming. Insomma, il doppiaggio in italiano è in via di dissoluzione, anche se in piccola parte resisterà, sempre più avvizzito su se stesso, grazie, come abbiamo detto, ai pochi blockbuster e a quello che è il suo zoccolo duro, e cioè il doppiaggio dei prodotti audiovisivi per bambini che ancora non sono in grado di leggere i sottotitoli.

domanda

Quindi, secondo lei, è morto il doppiaggio in Italia o è morto il doppiaggio in assoluto?

risposta

Sicuramente il doppiaggio, che al distributore appare come un costo comprimibile se non eliminabile, è “malato” in tutta Europa. Ne è un sintomo il fatto che la Commissione europea da anni invita a sostituirlo con i sottotitoli, con la scusa che la sua presenza impedisce l’apprendimento delle lingue. A prescindere dall’assurdità dell’assunto, per cui il film, da opera d’arte, verrebbe declassato a mero strumento didattico, è chiaro che questa politica è frutto delle pressioni delle major USA che vogliono essere le sole a doppiare, visto che nessuno sano di mente può pensare che si possa imparare lo svedese grazie a quell’unico film che circola in Europa ogni dieci anni; a quel punto, gli unici film che potranno godere del plusvalore dato dal doppiaggio – che regala loro il 70 per cento del mercato – sono quelli di Hollywood, che non avranno più nessuna concorrenza. Per quanto riguarda l’Italia, l’unico doppiaggio che potrebbe avere un futuro industriale è quello che non è stato mai fatto: quello dei nostri film in inglese.

domanda

Perché l’industria cinematografica italiana, e in generale europea, non investe nel doppiaggio?

risposta

Nella scelta pesa senz’altro l’atteggiamento provinciale dei nostri autori e produttori, cui si somma una mancanza di visione prospettica da parte delle istituzioni pubbliche, da cui in Italia l’industria cinematografica dipende più o meno integralmente. Molti anni fa, regnante Prodi, ci fu una timida apertura nei confronti della questione, apertura che però si richiuse subito, forse a causa della miopia dei produttori e dell’ostilità dei distributori. Eppure, anche a livello pratico, potevano essere trovati degli automatismi, collegando, per esempio, la sovvenzione pubblica all’impegno di predisporre versioni per i mercati esteri. Il fatto è che nel nostro paese ognuno guarda solo al suo piccolo recinto e quindi manca una visione d’insieme dell’industria audiovisiva. Alcuni produttori pensano che la soluzione sia far recitare i nostri attori in inglese. A me sembra un errore, nonché puro masochismo, perché recitare in una lingua che non è la propria rende comunque necessario il doppiaggio, e infatti i miei – pochissimi – colleghi americani dicono che quando arriva un film da doppiare con attori italiani che recitano in inglese si mettono le mani nei capelli, perché la frase detta in inglese da un attore non madrelingua spesso ha accenti scorretti e comunque è almeno mezza volta più lunga di quello che dovrebbe essere, e quindi va anche riscritta. Per non dire, poi, che il film dovrà essere doppiato anche per il pubblico italiano, il che non mi sembra una grande economia. A mio parere, quindi, la soluzione è una sola: girare in italiano e doppiare i nostri film nelle altre lingue, esattamente come Hollywood fa da sempre. L’unica cosa che manca sono i traduttori specializzati in grado di adattare i nostri film per gli altri mercati, ma formarli non è una missione impossibile. Insomma, l’unica speranza di sopravvivenza del doppiaggio è all’estero, verso gli inesplorati mercati anglofono, ispanico, cinese: miliardi di persone che non conoscono il nostro cinema, né quello attuale né quello del passato. Dovrebbe essere una sfida appassionante, perché riguarda non solo un’industria, ma una intera cultura. Invece, né le istituzioni né i diretti interessati sembrano mostrare una qualche “passione”, forse perché, al di là delle chiacchiere, considerano il cinema solo “spettacolo” e non cultura. E pensare, invece, che il cinema potrebbe trainare non solo il tanto strombazzato made in Italy, ma anche il turismo.

domanda

Il suo ragionamento risponde alla domanda: qual è o quale dovrebbe essere l'obbiettivo del doppiaggio?

risposta

L’obbiettivo del doppiaggio è, attraverso l’internazionalizzazione del film, di permettere la circolazione delle idee, dei pensieri, dei costumi. In una parola, di facilitare la conoscenza reciproca tra le persone. Il doppiaggio dovrebbe essere considerato la lingua del cinema.

domanda

Il doppiaggio e i bambini. Eleonora Di Fortunato ha firmato tempo fa per la rivista “Produzione & cultura” un articolo stupendo, presente sul sito dell’Aidac. Oggi che cosa è cambiato?

risposta

La riflessione di Eleonora è perfetta e a mio avviso nulla è cambiato della situazione descritta. Posso solo sottolineare il permanere dell’assenza totale delle istituzioni. Ne è prova il fatto che in anni e anni di pressioni, solo una volta la parola “doppiaggio” è comparsa nel contratto di servizio tra lo Stato e la RAI. Una rapida apparizione – l’articolo del contratto prevedeva solo un innocuo impegno da parte della RAI a vigilare sulla qualità del processo produttivo, ivi compreso il doppiaggio – e un’altrettanto fulminea scomparsa al primo rinnovo. Sembra quasi che “doppiaggio” sia una parola sporca. Forse è per questo che nessuno si è mai voluto “sporcare le mani” avendoci a che fare. È considerato sub-cultura. Maselli una volta mi disse: “Perché ti dedichi tanto a questa battaglia di retroguardia? Non ti porta da nessuna parte.” Comincio a pensare che avesse ragione, anche se qualcuno ben più titolato di me sosteneva che le battaglie di retroguardia sono le uniche per cui vale la pena combattere.

domanda

Quello che lei traccia è un quadro desolato. Eppure in Italia esiste uno strumento di garanzia che altrove non c’è: un contratto collettivo. Come procede il suo rinnovo? *

risposta

Il contratto è scaduto da oltre due anni, ma le trattative sono in alto mare, anzi, al momento si sono addirittura interrotte. Molti lavoratori hanno maturato la coscienza che, finché al tavolo non saranno seduti i committenti, non sarà possibile non solo ottenere alcuna garanzia sulla tenuta del contratto, ma neanche portare avanti con chiarezza e trasparenza nessun discorso, visto anche il momento di crisi che nessuno vuole negare. Il problema è che a parlarne con i lavoratori sono solo altri lavoratori che in quel momento indossano la casacca dell’impresa e che in realtà rappresentano dei meri intermediari, dei fornitori, anche loro delle voci di costo e non i veri datori di lavoro. La situazione è in realtà molto chiara: un contratto tra lavoratori e imprese di doppiaggio non garantisce né i lavoratori né le imprese; ma il gioco dei ricatti è tale che le imprese insistono per essere loro gli interlocutori, e hanno convinto i lavoratori che cambiare il meccanismo sia rischioso. A mio parere, e a parere di tanti altri, questo è esattamente ciò che vuole la committenza: risparmiare sulle spalle di chi lavora e di chi organizza il lavoro. Forse, però, non si è ancora toccato il fondo. L’unica speranza è che si tocchi presto e che sia un luogo talmente disagevole che cambiare le cose sarà inevitabile.

domanda

Insomma, nessuna buona notizia?

risposta

Al contrario gliene do due. La prima è che da un mese – grazie all’Inps – anche chi realizza i sottotitoli ha l’obbligo dei versamenti previdenziali, e così avrà diritto alla pensione. La seconda è che finalmente sono in via di pubblicazione le norme Uni per le professioni nel campo della traduzione, in pratica le norme di certificazione della qualità. Sarà una rivoluzione, anche nel nostro settore, in quanto la professionalità del traduttore-dialoghista verrà stabilita attraverso una valutazione specifica; una modalità selettiva, una sorta di certificato di qualità, da cui il committente, o comunque chi realizza e mette in onda i programmi, non potrà sottrarsi, soprattutto in riferimento ai prodotti audiovisivi destinati ai minori.

*

Al momento di pubblicare l’intervista la situazione del rinnovo del Contratto registra una cambio di direzione, di cui abbiamo dato notizia. In sintesi, il 12 novembre 2014, nel corso di un’assemblea convocata in concomitanza con una giornata di sciopero, 357 doppiatori, tra cui molti soci di imprese di doppiaggio, a sorpresa e malgrado i messaggi di solidarietà da parte dei colleghi europei e degli autori cinetelevisivi italiani, hanno deciso di non perseguire l’impegno di avere la committenza al tavolo delle trattative, come deliberato solo una settimana prima, approvando una mozione presentata dalla delegazione sindacale Cgil-Cisl-Uil che ha ritenuto “necessario proseguire la trattativa con l’attuale controparte”, ovvero le imprese di doppiaggio. (ndr.)
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