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Interviste Interviews

Intervista a
Bruno Paolo Astori,
organizzatore del premio "Voci nell’ombra", ora "Voci a Sanremo"
 

luglio 2008

domanda

Il festival che organizzi, giunto alla dodicesima edizione, è sicuramente un osservatorio privilegiato da cui monitorare regolarmente il livello del doppiaggio italiano. Possiamo dire che è ancora il migliore del mondo?

risposta

Certo che lo è!

domanda

Pensi sarebbe strategico che l’industria e i professionisti italiani del doppiaggio utilizzassero il loro know-how per insegnare quest’arte al resto del mondo non-doppiatore?

risposta

So di alcune società di doppiaggio italiane che sono state contattate dall’Inghilterra, dove le fortissime comunità pakistana e indiana stanno cominciando a chiedere di poter vedere i film doppiati nella loro lingua. So anche di società cinesi che, molto più lungimiranti di noi, fanno lo stesso ragionamento. Sicuramente quello che noi possiamo insegnare è la tecnica, tenendo presente che non ne deteniamo il copyright, e quindi una volta insegnato il metodo gli altri andranno avanti da sé. Per potersi presentare come “maestri”, però, si deve avere l’autorevolezza di poter dire: «questo in italiano – o in inglese, in francese, in tedesco – è un buon doppiaggio». Quello della qualità è un elemento molto delicato, che non può fermarsi alla scelta delle voci e al talento dei doppiatori, ma deve comprendere una serie di altri fattori come le tecnologie e le attrezzature utilizzate sia negli stabilimenti sia per la post produzione e non può escludere il livello di tutela dei lavoratori. Bisogna cioè essere sicuri che chi ha lavorato è stato pagato il giusto, ha ricevuto i contributi previdenziali, che non ha fatto turni impossibili, magari in colonna separata, senza poter mai incontrare i colleghi. I criteri per assegnare una sorta di “bollino blu”, insomma, non possono limitarsi alla “bella voce”, ma devono tener conto che l’attore con la bella voce non venga pagato in nero, o che non lavori per una società in subappalto che non rispetta standard adeguati. Quando saremo sicuri di poter assicurare la visibilità e la trasparenza di tutto il processo del doppiaggio, potremo cominciare a ragionare sulla possibilità di estendere un sistema di regole comuni agli altri Paesi doppiatori e magari di coinvolgere anche il Parlamento europeo a ragionare con più equilibrio su questo punto di vista, perché parliamo comunque di prodotti che arrivano a milioni di persone.

domanda

In conferenza stampa hai definito Sanremo un po’ il confine dell’impero. Non si potrebbe pensare di farlo diventare il punto di incontro da dove elaborare una strategia politica comune tra i Paesi che hanno una tradizione di doppiaggio, con l’obiettivo – in vista della globalizzazione culturale incombente – di offrire ai prodotti europei la possibilità di circolare perlomeno all’interno dell’Europa? Insomma, se il destino è che prima o poi vedremo i film hollywoodiani in originale, i film ungheresi, tedeschi, francesi dovranno poter circolare senza problemi di comprensione da parte del pubblico.

risposta

Esiste un termine, che non è mio ma di cui mi approprio, che è “traduzione = tradimento”, concetto che però sembra non valere per la letteratura, visto che nessuno di noi ha letto in originale Kerouac né tantomeno Milan Kundera, e ci affidiamo senza problemi agli ottimi, anzi straordinari traduttori che hanno trasposto le opere letterarie in una lingua a noi comprensibile. Per il cinema – anzi, per i prodotti audiovisivi in genere – dovrebbe essere esattamente la stessa cosa. Va benissimo, quindi, elaborare una strategia europea, mettendo insieme le realtà industriali e professionali del doppiaggio di Italia, Spagna, Francia e Germania, senza dimenticare che nel giro di pochi anni alcuni soggetti di non piccolo conto, come l’India e la Cina, chiederanno i film nella loro lingua. Allora il ragionamento che secondo me deve essere fatto è questo: identificare i problemi comuni e affrontarli in modo comune. Dai rapporti che abbiamo con le altre realtà del doppiaggio, soprattutto con la Germania e con la Francia, ci siamo resi conto che, per quanto i metodi di lavoro siano abbastanza differenti, esistono problemi di carattere sindacale, come la sotto-considerazione del lavoro dei doppiatori, che sono assolutamente comuni. Per prima cosa, quindi, va cercato di stabilire un tavolo di confronto in cui si mettano in relazione le regole e gli obblighi di tutti. La questione va poi portata in sede europea, laddove ci si fa carico di una serie di altri problemi legati ad altre forme dello spettacolo e della cultura: si parla di Comunità europea proprio per questo. Tutto questo processo deve, secondo me, essere condotto tenendo sempre presenti le diverse identità dei doppiaggi nazionali e quindi elaborando forme di tutela e di promozione collettive ma specifiche. Io sono un po’ contrario al discorso della globalizzazione, soprattutto se si parla di doppiaggio, per un motivo molto semplice: è vero che le problematiche possono essere collettive, e quindi riguardare diverse nazioni con diverse tipologie di tutela sindacale o previdenziale, però è altrettanto necessario rafforzare il senso di comunità a livello nazionale, creando gruppi consapevoli del proprio valore e del proprio spessore, pronti ad agire collettivamente e non come singoli, perché è evidente che il singolo è assolutamente schiacciato dalle dinamiche del mercato della distribuzione. Se si riesce a creare, cioè, una identità per cui i doppiatori parlino con una voce comune, il doppiaggio potrà far sentire il proprio ruolo e il proprio peso. Gli sceneggiatori di Hollywood hanno bloccato produzioni televisive plurimiliardarie come Lost o CSI per arrivare a un accordo sindacale che riconoscesse il loro valore. E la cosa pazzesca è che si battevano per i diritti su internet. Questo per dire che attraverso l’azione collettiva di un gruppo compatto al di là delle differenze si possono affrontare questioni che vanno al di là della sopravvivenza immediata.

domanda

Occorre quindi catalizzare la propria forza in positivo invece che in negativo e smettere di piangersi addosso perché le imprese non pagano o pagano in ritardo.

risposta

Esatto, bisogna costruire una identità di carattere associativo, perché se il singolo il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare.

domanda

Passando ad un’altra prospettiva, la Commissione europea si è dichiarata disponibile a sostenere il sottotitolaggio dei film ma non il loro doppiaggio. Non sarebbe opportuno, da parte dell’industria cinematografica italiana ed europea, cercare di invertire la rotta e convincere l’Europa a investire invece nel doppiaggio? Per fare solo un esempio, il film di Muccino Ricordati di me, negli Stati Uniti ha incassato, sottotitolato, 224.000 dollari. Se fosse stato doppiato quanto avrebbe potuto guadagnare?

risposta

Innanzitutto, quando pensiamo al prodotto da distribuire io parlerei di audiovisivo, senza fare distinzioni, che trovo un po’ snob, tra cinema e televisione. Infatti, opere come La piovra o Il commissario Montalbano, alla pari di film come Mediterraneo o La vita è bella, hanno venduto in tutto il mondo. Questo deve insegnarci che all’estero abbiamo creato un immaginario di noi ben preciso, che quando è presente nei nostri prodotti audiovisivi li rende vendibili. Prima di tutto, quindi, dobbiamo affrontare i grandi temi come la mafia – che comunque è quello che ci accade –, l’Italian style – che nel bene e nel male ci ha caratterizzato nel mondo – o il fatto che siamo uno dei paesi più belli del mondo, cosa che non abbiamo mai valorizzato in termini cinematografici e solo parzialmente in termini televisivi. Da qui si può ragionare sulla vendibilità del prodotto e quindi aumentare questa vendibilità con un buon doppiaggio. Quando Salvatores fece distribuire Nirvana, doppiato in inglese, fu un flop semplicemente perché il doppiaggio era assolutamente indegno. Se abbiamo fatto uno sforzo per creare un prodotto audiovisivo interessante anche fuori dei confini nazionali, non possiamo abbandonarlo al suo destino né vederlo svilito da un doppiaggio inadeguato alla Stanlio e Ollio, che fa ridere gli altri come farebbe ridere noi. Insomma, dobbiamo recuperare un po’ di sano spirito corporativo: come difendiamo la moda o il design italiano nel mondo, o tutte quelle cose che ci rendono unici e insostituibili, dobbiamo difendere allo stesso modo anche il nostro audiovisivo, arrivando a imporre lo stesso livello qualitativo che diamo noi al doppiaggio delle opere straniere.

 

 

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