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Punto di vista Serendipity

gennaio 2016

il doppiaggio che verrà

L'anno appena trascorso ha prodotto una cosa estremamente positiva per il settore della trasposizione linguistica degli audiovisivi: la pubblicazione della norma Uni 11591. Positiva per più motivi, perché offre al settore del doppiaggio - da sempre e a torto considerato un'espressione subculturale - la possibilità di avere un punto di riferimento con la qualità e quindi di poter effettivamente affermare di offrire un sistema di eccellenza non imperniato solo su valutazioni soggettive e spesso piene di retorica. Positiva anche in quanto la norma offre all'editore, in questo caso le società di distribuzione cinematografica e le emittenti televisive, un modello chiaro e di facile applicazione per poter garantire agli autori, ai produttori e agli spettatori che il processo di lavorazione - almeno per quanto riguarda la delicata fase della traduzione/adattamento del dialogo - sia impostato su criteri tecnico-professionali riconosciuti. Positiva, infine, perché offre alle istituzioni coinvolte, in quanto responsabili dei processi culturali che riguardano il pubblico, soprattutto i minori, una leva sulla quale agire per cercare di dare metodo e regole a un settore da sempre abbandonato a se stesso e quindi in mano alla feroce e rozza legge del mercato. Va anche detto che grazie all'espansione della rete e dell'emittenza digitale straniera il doppiaggio comincia inevitabilmente a mostrare la sua debolezza concettuale, la sua corda ormai sfilacciata, e a lasciare il passo ai sottotitoli, ormai più in linea con un paese audiovisivamente più maturo. Un nuovo fronte da tutelare.

In ogni caso, visto che la legge recentemente approvata incarica l'esecutivo di stabilire le linee guida sul contenuto degli obblighi del servizio pubblico, sarà facile per il governo imporre che almeno il contratto di servizio tra lo Stato e la Rai, che dovrà essere stipulato entro l'anno, faccia preciso riferimento, per le edizioni italiane delle opere di importazione, alla norma Uni 11591.

giugno 2014

R.I.P.

È qualche tempo che qualche regista, qualche deputato e qualche comune cittadino (nel pieno - chi più chi meno - delle proprie facoltà espressive) vanno affermando con certezza che il doppiaggio è male, il doppiaggio è tradimento, che le voci sono tutte uguali, che per colpa sua nessuno impara l’inglese, che W l’originale, anzi i sottotitoli, e così via, aggiungendo - per addolcire la velenosa pozione - che nessuno nega che “il doppiaggio italiano è il migliore del mondo” e che “per i bambini è necessario”.

Insomma, le solite banalità. In realtà tutte queste voci esprimono un disagio sempre più evidente, come quando a una festa si presenta qualcuno che emana cattivo odore: nessuno si chiede perché quel tale puzza; si arriccia il naso, si fa una battuta e ci si allontana. Ecco, il caso è lo stesso, e il tanfo che provoca tutta questa irritazione è dovuto al fatto che il doppiaggio è un morto che cammina. Lui ancora non lo sa perché tende a vivere nel sottosuolo, si inganna in salette buie e polverose, si nutre di acari e gelosia. Non sa di essere uno zombie triste per la morte del fratello siamese bello, il cinema, con cui era unito da una placenta invisibile: ucciso dalla fine della pellicola. Quel processo ottico-meccanico più che centenario, per cui - se non altro per sfatare il nostro essere provinciali - dovremmo quanto meno intestare qualche piazza ai fratelli Lumière (e ai nostri Rappazzo e Pastrone) e che ha contribuito a cambiare il mondo arricchendone le culture, è giunto al capolinea il 31 dicembre 2013. Certo, lo hanno trasmutato in digitale, ma sappiamo bene che non è la stessa cosa.

Il cinedigitale, per quanto perfetto, anzi proprio perché perfetto, è un essere senz’anima, non più il frutto alchemico della capacità visionaria che costringe la chimica al suo volere, risplende facendo accorrere la curiosità e poi decade, nel supporto e si amalgama soggettivo nella memoria.

Il cinema digitale è un insieme geneticamente gelido di codici pensati altrove per distribuire certezze a basso prezzo, tutte un po’ uguali, è vero, ma di certo democratiche, visto che permette a chiunque di scorreggiare un film, e con un digitale, appunto, presupposto di virtuale eternità.

Ma questo è un altro discorso. Torniamo alle cause del prematuro decesso del doppiaggio, sopravvissuto grazie alla sua invisibilità, al camuffamento, alle capacità artistico-mimetiche di scrittori e interpreti.

Se mettessimo in fila le ragioni - che qualcuno, forse anche noi stessi, vivrà come colpe - che sospettiamo abbiano ucciso il gemello storpio, facendo saltare l’accordo che ci trasformava in complici di una spesso deliziosa auto-circonvenzione di incapaci, ai primi posti troveremmo proprio la perdita dell’invisibilità. Il doppiaggio muore perché è apparso. È approdato alla ribalta attraverso la spinta di un micro-esibizionismo dei suoi addetti (almeno quattro premi ad ambizione nazionale che ne mostrano il volto, voce di altri volti) lacerando la convenzione, svelando l’incantesimo, mostrando il trucco. Lasciandosi intervistare in ogni occasione, costruendo siti dedicati a questa o quella voce, alimentando la tifoseria, tanto da convincere poco tempo fa il preside di un liceo fiorentino a organizzare un convegno su: “Il doppiaggio, un lavoro abbastanza stramitico”. Lasciando che personaggi di “successo” si avvicinassero al leggio “interpretando” questo e quello, con conseguente lancio del film imperniato sull’evento: Il Tacchino Matto è doppiato dal DEPUTATO, accorrete! Che magia è quella che può essere officiata dal primo che passa?

Il doppiaggio dunque ha esposto le sue carni sul banco della macelleria di internet, dove vengono messe quotidianamente a confronto con le carni originali. E chi sono i clienti del supermercato? Innanzitutto i “giovani”, un pubblico che si ritiene moderno e progredito, allevato a BigMac e a VideoMusic, convinto di masticare l’inglese e che quindi si pasce e accontenta degli spesso orrendi sottotitoli gratuiti in rete. Ma il sound non teme confronti: il doppiaggio ne esce sconfitto per varietà di voci, di timbri e atteggiamenti sempre uguali, per birignao e incomprensibilità.

Sì, perché qui entra in ballo il terzo elemento: per questioni di risparmio produttivo gli audiovisivi sono molto più parlati e quindi la parola è diventata più decisiva. Ed ecco che il doppiaggio diventa inzeppaggio, con gli attori costretti a un’evidente rincorsa dei ritmi dell’originale, sfida in cui spesso escono sconfitti, magari solo per una sfumatura. Sì, perché basta una parola mal collocata per mostrare il limite dello sfidante e quindi dell’intero sistema. Per non parlare del senso, che nonostante gli sforzi dei, pur quanto provetti dialoghisti, talvolta sfugge, mostrando il calzino bucato.

Nel caso poi del doppiaggio dei reality, la ridicola putrescenza appiccicaticcia diventa ipermanifesta e perniciosa e lo spettatore più che guardare il programma assiste imbarazzato a questo tentativo di dare parola e voce all’impossibile, e senso all’idiozia. Qui i professionisti avrebbero dovuto reagire a un sistema che indicava nel suicidio del concetto stesso del doppiaggio la strada per pagarsi il pane. E invece niente, schiavi di professione straducono, sdoppiano e sfiatano a più non posso, anche nei documentari (esponendosi al ridicolo in un settore strategico e delicato), riservandosi però di attaccare il povero Muccino, reo di lesa nonsisà, che paga - e questo gli sta bene - tutto il suo provincialismo di ritorno.

Continuando a sfogliare la cartella clinica del nostro amatissimo zombie, ci accorgiamo che ormai è ridotto a macchietta, tanto che tutti ridoppiano in casa qualsiasi cosa; e così impazzano il doppiaggio casareccio, quello dialettale, e l’esperienza pornoacustica irrompe e sgorga da ogni mediasfinterico - dal piccolo smarfoncino al 52 pollici in lacca nepalese, sogno di ogni italiano alla frutta a cui toccherà di imparare a leggere i sottotitoli - e, neonato ilare alieno, reso deforme dalla tecnologia karaoke, contamina ogni pubblico con la sua alitosi digitale.

Basta. Il piccolo alone di sacralità che manteneva il doppiaggio in uno stato di sospensione poetica è stato lacerato, lo zombie si aggira cieco e svociato, ma presto il suo mammozzo residuo finirà nel cesso. L’ultimo tiri la catena.

gennaio 2013

Nuovi orizzonti

Vorremmo che questo inizio di anno fosse l’occasione - anche, e per quello che ci riguarda - di un momento di riflessione su quella che dopo sette anni di lavoro può essere a ben diritto definita un’esperienza editoriale collettiva di grande rilievo: aSinc ha aperto un nuovo fronte della critica e ha cercato di sviluppare una metodologia di approccio alla particolarità del suo obbiettivo senza preclusioni o dogmi limitanti. Insomma l’obbiettivo di analizzare il “doppiaggio” è stato raggiunto, di conseguenza - come dice il protagonista di Frankenstein Jr -: “Si-può-fare”. E ovviamente si è fatto grazie a una prima generazione di critici pionieri, costretti a muoversi in un terreno inesplorato e paludoso e poi a tutti gli altri che si sono avvicinati al difficile compito con grande umiltà, studiando con passione e a lungo ogni dettaglio di una missione che sembrava impossibile.

Il settore professionale a cui si dirige aSinc ha reagito all’invasione di campo all’inizio con un certo timore - bene o male il doppiaggio era una enclave inesplorata, come una tribù amazzonica, un popolo del buio - e poi per massima parte ha accettato l’inevitabile confronto contribuendo a costruire un’esperienza utile e positiva ad ampio raggio. Il settore editoriale di riferimento, la distribuzione cinematografica e l’emittenza telelevisiva - o meglio per tutte quelle strutture che hanno la fortuna di essere dotate di un Ufficio Edizioni in grado di svolgere le sue funzioni - ha invece presto metabolizzato la nuova realtà come strumento funzionale all’ottenimento di un maggiore livello qualitativo dei prodotti e all’individuazione delle più diverse specificità professionali.

Detto questo, la vita è cambiamento e quindi la redazione ha deciso da una parte di rallentare la produzione critica sul doppiaggio e dall’altra di affiancarle quella sul sottotitolaggio, anche nella convinzione che il nostro sia stato e debba essere un esempio convincente per la stampa generalista e soprattutto per le testate che si occupano di cinema e audiovisivo. Inoltre destineremo tempo e maggiori risorse alle attività di documentazione scientifica sulla AVT, attraverso la realizzazione di uno spazio apposito all’interno del sito che prenderà corpo con la collaborazione di studiosi, universitari e non, da sempre sensibili all’argomento.

Guardiamo avanti, nella convinzione che se esiste una strada, vada percorsa. E se non esiste ancora, vada costruita. Perché solo sulle strade le persone si incontrano e possono intendersi.






Aprile 2012

Giro di chiglia

Tra i vari messaggi di posta elettronica che riceviamo, molti di apprezzamento, di stima e di valutazione, alcuni di consigli, sempre graditi e costruttivi, molti di insulti, anche questi a volte costruttivi, altri arroganti e rabbiosi, segni di un’ignoranza che non riesce a esprimersi (ma per un motivo o per l’altro se la prende con noi) decidiamo di pubblicarne uno in particolare. Eccolo qui:

Gentile Asinc, sono un direttore di doppiaggio e apprezzo molto quello che fate, anche se a volte non sono tanto d’accordo su alcune valutazioni di qualche vostro critico. A parziale discolpa dell’abbassamento della qualità c’è un fattore che non viene mai considerato e cioè la velocità che ci viene imposta per doppiare un film con la scusa che l’uscita deve avvenire in simultanea con altri paesi per limitare i danni della pirateria. A parte il fatto che sono convinto che la vera pirateria sia un problema tutto delle case americane a casa loro, dove si parla inglese, e che il doppiaggio non c’entri niente, e anzi crei un problema ai pirati, mi chiedo invece se non sia da considerare un atto di pirateria – ma stavolta dei distributori nei confronti dei registi, dei produttori e degli spettatori - anche la realizzazione di un brutto doppiaggio. O peggio, di un doppiaggio in nero in cui non vengono versati i contributi previdenziali e le varie tasse. Non è un atto di pirateria contro le leggi dello Stato, i lavoratori e quelle società che vogliono lavorare secondo le regole? E a seguire, non è un atto di pirateria che molti committenti assegnino le serie tv a certe società a fronte di preventivi che sono chiaramente al di sotto dei minimi contrattuali, come succede continuamente? E infine non va considerato un atto di pirateria tagliare, o non inserire nei titoli di coda dei filmati trasmessi o venduti come dvd, i nomi di chi ha realizzato il doppiaggio, società comprese?

Insomma, dateci una mano – e molto lo state già facendo – a salvare questo lavoro per tornare a poter dire che il doppiaggio italiano è il migliore del mondo, senza vergognarci.

Grazie.

(messaggio firmato)

Due sono i punti che ci hanno colpito, il primo relativamente alla questione della “critica”, in cui il nostro lettore, contrariamente ad alcuni suoi colleghi professionisti del settore, accetta - nel bene e nel male - il nostro lavoro. Segno che all’interno del settore è scattata una molla che vede la nostra presenza non come una minaccia, ma come uno stimolo costruttivo, e questo è un segnale molto positivo, di crescita.

Il secondo, sulla così detta “pirateria”; concetto che estende a coloro che la denunciano secondo il vecchio detto: predicare bene e razzolare male. È vero che la responsabilità del crollo qualitativo è di chi pone il prodotto sul mercato e lo assegna al prezzo più basso stimolando la concorrenza sleale e le lavorazioni in nero. Certo che è un atto di pirateria, di cui molti committenti – tivù comprese - forse non sono neanche consapevoli. Cioè, non lo erano finora. Forse dovrebbero selezionare meglio o quanto meno controllare i loro responsabili di edizione. Certo che non versare i contributi o proporre lavorazioni gratuite sono atti di pirateria commerciale, ma quanti direttori, attori e dialoghisti partecipano all’abbordaggio e alla razzia?

Ce ne sarebbe un terzo, e cioè quello della richiesta di aiuto. A noi sembra - e il nostro lettore ce lo riconosce, cosa di cui lo ringrazio a nome di tutta la redazione – che qualcosa, direttamente o indirettamente, la facciamo e con grande impegno. Ed è proprio grazie a questi stimoli che cercheremo di fare di più, attraverso una migliore raccolta e circolazione delle informazioni, e dando maggiore spazio alle interviste e agli approfondimenti. Ma il problema è forse un altro, e cioè che non si può sempre delegare ad altri il compito di risolvere i problemi. Bisognerebbe che la parte sana del doppiaggio si mettesse in gioco per affermare e veder applicate norme di comportamento civile, soprattutto attraverso i suoi strumenti di regolazione, come il codice deontologico e il contratto nazionale di categoria. Strumenti che - se stipulati direttamente con la distribuzione cinematografica e le televisioni - avrebbero il compito di dare, oltre che regole e risorse economiche, anche la giusta dignità e serietà a un settore da sempre in aperta contraddizione con le imprese di doppiaggio, composte nella quasi totale maggioranza da colleghi e parenti degli addetti. Ma se le cose resteranno così come sono, allora né noi né nessun altro potrà fare molto.






11 novembre 2010

Il doppiaggio e la critica

Il caso recente del film russo Il concerto di Radu Mihaileanu e la discussione che ne è seguita (il film è stato doppiato da Alessandro Rossi, il quale contro la consueta convenzione traduttiva ha scelto di far parlare i personaggi come russi che vogliano esprimersi in italiano, scelta criticata, su Asinc, da Giovanni Rampazzo, il quale vi ha visto al contrario l’effetto inverso di doppiatori che incongruamente imitano maldestri l’accento russo) dànno modo forse di proporre qualche idea su un punto di metodo: la competenza.

Preliminarmente va, credo, ribadita una ovvietà e cioè che ad ogni autore la critica risulta, sempre e comunque, saccente e presuntuosa e insultante. È infatti un dato strutturale, di psicologia della creatività, che l’autore stia e rimanga dentro il cerchio della sua onnipotenza inventiva e tolleri malamente le intrusioni di estranei, mentre il critico sta e resta fuori di quel processo, anzi diviene miglior critico quanto più addirittura se ne allontana per raggiungere la corretta «distanza critica» necessaria a giudicare. Il problema è che si tratta di una dialettica fra due misure ottiche diverse, dove l’equilibrio è instabile, discorsivo, e spesso risulta piuttosto frutto di due irritazioni uguali e contrarie, non, come sarebbe utile che fosse, il normale combinarsi di due differenze.

Il dissidio centrale tuttavia non sembra, nonostante le apparenze, questo. Centrali sono nella discussione il peso e il senso che vengono attribuiti all’intervento decisionale del regista del film circa le scelte del doppiaggio. Alessandro Rossi sostiene infatti che Radu Mihaileanu avrebbe «preteso», Marcello De Bellis, responsabile dell’edizione per l’impresa distributiva, che il regista avrebbe «suggerito» la strana soluzione stilistica utilizzata, e che dunque non si poteva fare altrimenti. Il critico Rampazzo invece ritiene che sarebbe stato bene mettere una mano sulla testa del regista e spiegargli che nel doppiaggio quella confusione di lingue «non si usa».

Ecco, sia al direttore del doppiaggio che al responsabile dell’edizione pare che ubi major minor cessat e santi benedetti: l’uno non è più direttore di niente, l’altro non ha più nessuna responsabilità.

Il pasticcio culturale che va così delineandosi s’ingarbuglia poi ulteriormente per una serie di equivoci, diciamo semantico-deontologici, sul concetto di professionista. Il responsabile dell’edizione (che dopo aver accennato a prendere la strada rischiosa del lavorare «con passione e fatica», l’ha abbandonata, probabilmente avvedendosi che si può anche lavorare in quella auspicabile maniera ma per cause sbagliate) giudica professionista serio chi fa al meglio quanto richiesto dal capo, anche qualora non concordi. Per il direttore del doppiaggio vale più o meno lo stesso criterio, con la variante essenziale tuttavia che il capo non è capo per virtù burocratica ma per autorità giuridico-culturale: l’autorialità è unica e indivisibile, e il professionista la rispetta. Al critico da parte sua non sembra affatto così, professionista è chi è competente nel suo campo e, al caso, s’indigna e si ribella.

Di fronte a questo avviluppato nodo gordiano, De Bellis si ricorda di Alessandro il grande, – che era un grande executiv, perché davanti ai nodi gordiani sapeva come si fa, –quindi ne reinterpreta il know how alla postmoderna reinterpretata (e cita Calvino, il quale nelle Lezioni americane in verità non parlava solo di leggerezza, ma tendeva a combinarla anche con l’esattezza, per esempio, o con la coerenza) e dunque non lo taglia il nodo no ma, il che è lo stesso, fa come se non ci fosse, dolcemente ne sorride e suggerisce soft che in una società liberale comme il faut ognuno la pensa a modo suo e tutti vissero felici e contenti. Sono questioni di gusto, dice. Disputa nessuna. Qui l’individuo è re. Qui dove? Dove non bisogna prendersi sul serio, giacché a prendersi sul serio s’incappa nel duro della cassa. L’incasso sì che è cosa hard.

Non tanto hard, però, da non variare con il successo (con il mercato) del film. Quindi sarebbe opportuno che quest’ultimo non fosse vittima degli umori e del soggettivismo della critica. Questa riconosca saggiamente il poco valore oggettivo del proprio piano di competenza, quello futile del gusto, eviti di giudicare e si tenga al suo solipsistico forse.

Così però è – maledettamente – proprio tutta questione di competenze, come si diceva. Solo che nella scala dei valori quella della critica dovrebbe stare in basso, perché soggettiva, quella del management in alto, tanto in alto da stabilire in base ai propri criteri il posto di ciascuna competenza, la propria inclusa (soggettivamente definita oggettiva).

Per vedere l’errore di ragionamento e ottenere chiarezza, basterà fermarsi un attimo sulla competenza del regista, nella quale non può realisticamente rientrare nessuna decisione concernente il doppiaggio, così come più in generale nessun autore di cose scritte può essere in grado di decidere come tradurre un suo testo, una sua frase, una sua parola dalla lingua originaria in una qualsiasi altra, pur supponendolo coltissimo. Infatti ogni volta, sia nel caso della traduzione letteraria che nel caso del doppiaggio, si tratta di scelte di competenza dell’autore del testo cioè di chi ha titolo a creare (con gusto, certo, ma anche con la cultura di competenza) una specifica espressione comunicativa, valutabile oggettivamente per quello che è: espressione, sì, ma anche comunicazione.

Così, non mi trova d’accordo neppure il critico quando per fondare la propria obiezione dice che quel modo di doppiare «non si usa». Se fosse solo questo, ogni autore di un doppiaggio potrebbe tranquillamente trasgredire proprio in grazia della sua libertà d’inventare. Il punto è che il critico è competente a giudicare l’errore espressivo (stilistico, per cui quella situazione risulta esprimere altro da ciò che dovrebbe secondo la logica rappresentativa) e comunicativo (il personaggio viene frainteso dallo spettatore). Questa è la sua competenza.

Tutto questo per dire che una (nuova) cultura delle competenze professionali, autori inclusi, farebbe bene anche al mercato (alla fruizione), migliorando l’andamento economico dei film, tanto più se «d’autore».






06 dicembre 2009

Il triangolo no!

Innanzitutto un ringraziamento. Un sentito ringraziamento a tutti quei lettori - esattamente 41.283 al 31 ottobre, con una percentuale media di incremento del 4.6 al mese - che dal primo gennaio di quest’anno sono entrati nel nostro sito, per un totale di 227.698 pagine visitate; di questi amanti del cinema, molti professori, tanti ragazzi e non pochi addetti ai lavori ci hanno inviato un messaggio di sincero apprezzamento: un incentivo a continuare i nostri sforzi per cercare di rendere migliore il doppiaggio italiano, e anche per cercare di migliorarci nel tentativo di stabilire una metodologia critica che sia sempre più utile al settore.

L’inevitabile punto di riflessione che nasce con la nuova stagione cinematografica è quello originato dalle affermazioni di Manoel de Oliveira che dal pulpito della Cinémathèque française non ha – come alcuni suoi colleghi registi – sparato a zero tout court contro il doppiaggio, ma ha fatto di più: ha lanciato un vero e proprio appello all'Unione europea affinché i film vengano proiettati in lingua originale e con i sottotitoli.

La questione è noiosa e si trascina tra alti e bassi dall’invenzione del sonoro. Dal loro punto di vista gli autori giustamente reclamano la più ampia libertà di espressione e quindi si sentono autorizzati a scegliere e/o truccare le facce degli interpreti secondo le scelte più personali, imbruttendo o imbellendo, a dilatare o comprimere il proprio linguaggio espressivo e il tempo attraverso un montaggio particolare o trucchi, ottiche, e ora digitalizzazioni, che catalizzino l’io diegetico; insomma, a manipolare in ogni forma e modo le unità aristoteliche, ma come si parla di doppiaggio un solo grido si alza, anche se sostenuto dalle argomentazioni più banali, da quasi tutta l’intellighenzia cinematografara del quartierino: CACCA!

E infatti è anche grazie a quest’atteggiamento che ci sembra gravido di ignoranza e pregiudizio che il settore del doppiaggio si trova nella CACCA e produce per gran parte CACCA.

Ai vertici di questo triangolo troviamo certa Committenza furba e piagnona che spesso, come se il contratto nazionale di settore fosse scritto su carta d’eritrea, specula sulla lotta al coltello in atto da sempre tra le società di servizi; in un altro angolo – che definiremmo morto – vediamo le Istituzioni (ministeri della cultura, dell’istruzione e della comunicazione, più l’agenzia delle comunicazioni e l’ispettorato del lavoro), a cui uniremmo anche la commissione parlamentare per la vigilanza sulla RAI che in merito a questa pratica non ha mai espresso nulla e alcuni parlamentari e segreterie di partito che hanno espresso sì indicazioni, ma per favorire amici e leccaculanti di passaggio; e infine nell’ultimo angolo – probabilmente ottuso – le categorie degli Addetti: una massa ormai quasi del tutto amorfa formata da una ventina di garruli citrulli che sfruttano l’onda e da una pletora di pecoraglianti senza formazione né dignità che si guadagnano la giornata nel miraggio del doppio turno non importa se tutto in nero senza contributi tra un anno, forse. Ah, ovviamente, dietro quel quasi sopravvive un manipolo di professionisti che forse per talento o per pervicace stupidità, attraverso il mestiere e la propria bravura riesce a convincere le parti in gioco a continuare a doppiare i film e i prodotti per la tv. Ma, sempre più centrifugati da manovre e camarille di ordine politico e amministrativo, finiranno presto per scomparire nel nulla.

Insomma, se il doppiaggio è questo, allora De Oliveira ha ragione (e con lui i vari Loach, Lynch, Almodovar, Tabucchi e compagnia cantante) e le campane a morto vanno suonate in fretta e senza rimpianti. E non si agiti la segretaria del Sindacato attori italiani che dalle pagine del quotidiano La Repubblica (7 agosto 2008) paventa la disoccupazione per mille attori italiani – in realtà i finanziatori neanche tanto occulti del “sistema dei buffi” del doppiaggio italiano – visto che sono loro i primi (e si dimentica degli altri protagonisti: direttori, fonici, assistenti e dialoghisti) a favorire il degrado del settore permettendo la sopravvivenza di società fantasma o paramafiose. E non si erga a giudice dei suoi colleghi stranieri il signor Pedicini, dando loro dei cani, perché certo il ruolo non gli si addice e la categoria tutta non ci fa certo una bella figura. E al signor Pannofino col suo “ci provassero” non sappiamo se convenga un tale atteggiamento di sfida, in quanto la generazione MTV e SKY che si pasce di sottotitoli – che costano il dieci per cento del doppiaggio – si sta allargando a dismisura, come si allargano gli schermi tv permettendo un’agevole lettura del “senso condensato”, e quindi il suo guanto potrebbe essere facilmente raccolto e lui potrebbe così finalmente dedicarsi anima e corpo alla regia del “Machiavelli”.

Per conto nostro, noi continuiamo a difendere l’idea del doppiaggio, malgrado i pareri illuminati di imbecilli di vario tipo ai quali corre l’obbligo di ricordare che la qualità dei sottotitoli è in media peggiore di quella del doppiaggio; il problema è che gli attori in gioco, il vertice ottuso del citato triangolo, devono fare quanto meno lo sforzo di diventare difendibili. Per far questo ci mettiamo a disposizione delle categorie per storicizzare e divulgare attraverso il sito un necessario momento collettivo di confronto tra gli operatori in cui venga fatto il punto della situazione e siano individuate le strategie politiche e operative necessarie al superamento dell’attuale stato di crisi: una sorta di Assise del Doppiaggio.

Attendiamo che qualcuno le organizzi. In caso il suggerimento restasse lettera morta ricordiamo agli addetti che ogni linea di sottotitoli secondo le regole internazionali non deve superare le 37 battute, spazi compresi, che la voce pensiero e le parole delle canzoni vanno scritte in corsivo e che “abbiate cura di voi”, oltre a non essere italiano, è più lungo di “statemi bene”.






07 gennaio 2008

300

Siamo al giro di boa dei due anni. ASINC resiste benissimo al tempo, allo sforzo dato dagli impegni che si è prefissata e, grazie anche a un po’ di pubblicità (un po’ poca per la verità: suvvia cari sponsor, il mecenatismo fa bene alla salute!) e alle inaspettate vendite in Italia e all’estero della nostra storica maglietta che sembra essere diventata un oggetto da collezione, può affermare che la prima parte della scommessa è vinta.

Siamo in campo e ci resteremo, almeno fin quando non avremo vinto e consolidato anche la seconda parte della scommessa, questione ben più complessa, e cioè fare in modo che l’esercizio del diritto di critica e di cronaca contribuisca a elevare la qualità generale del doppiaggio.

Perché 300? Niente paura non vogliamo annoiarvi sull’omonimo filmetto della appena trascorsa stagione cinematografica - peraltro interessante dal punto di vista fumetto-grafico, meno dal punto di vista narrativo, e ancor meno da quello del doppiaggio, - desideriamo semplicemente fare qualche considerazione su alcuni aspetti che condizionano le scelte e quindi di riflesso la qualità del doppiaggio italiano partendo dal dato numerico che si riferisce ai messaggi pervenuti in redazione dal primo gennaio del 2007 inerenti al problema della qualità della lingua italiana utilizzata (164 messaggi) e a quello della qualità della recitazione (136 messaggi).

Insomma, tutte queste segnalazioni ci hanno spinto a muoverci nell’ambiente per cercare i motivi di questo degrado qualitativo e attraverso una paziente raccolta di dati e pareri stiamo purtroppo avendo la conferma che le nostre supposizioni sono di molto inferiori alla realtà e che la quasi totalità del sistema doppiaggio pare si muova ormai in una melma che soffoca ogni tentativo di creare un mercato equilibrato e rispettoso degli interessi in gioco, tra cui quello per noi fondamentale: gli spettatori paganti.

Il fenomeno naturalmente riguarda anche la fiction televisiva, i cartoni animati e i documentari, ma in questi settori eravamo già abituati a un livello qualitativo, salvo alcune rare eccezioni, piuttosto basso, ma nei film che finiscono sugli schermi cinematografici – dove l’investimento nel doppiaggio dovrebbe essere più strutturato - la caduta sembra essere verticale.

I motivi di tale crollo sembrano essere determinati da un incrocio di più fattori:

  • la mancanza - tranne che per alcuni casi isolati - di una seria attività di formazione e aggiornamento nelle professioni artistiche e tecniche del doppiaggio;
  • la gestione di gran parte degli uffici edizione delle società di distribuzione in capo a persone poco preparate che, pur non avendo le capacità necessarie a quel ruolo, scelgono, assegnano e impongono gli addetti al doppiaggio in funzione dei propri limiti culturali e artistici, o in base ad accordi economici miranti al ribasso e spesso irrispettosi dei livelli tariffari minimi stabiliti;
  • la disponibilità pressoché totale delle categorie professionali del doppiaggio ad accettare supinamente ogni condizione di lavoro imposta dalle società di edizione o di distribuzione;
  • la tendenza all’interno delle categorie a scavalcare i ruoli professionali al fine di accaparrare una maggior quantità di lavoro (vedi alcuni dialoghisti che adattano quantità di ore inverosimili, vedi l’ormai perniciosa abitudine di molti direttori che chiedono di scrivere anche i dialoghi per potersi appropriare dei diritti Siae o di alcuni titolari di impresa che si impongono anche come direttori, dialoghisti, o di altri che assorbono anche il ruolo dell’assistente, il tutto con grave danno per la qualità oltre che per l’occupazione e l’equilibrio previdenziale del settore);
  • la mancanza di un qualsiasi sistema di normazione per la verifica della qualità, artistica e tecnica, sia in merito alla multiforme realtà di impresa, sia in merito al processo di lavorazione.

Una situazione quindi di gravità estrema per la sopravvivenza stessa del doppiaggio che in primo luogo le forze associative, sindacali e imprenditoriali, ma anche i singoli addetti, non possono lasciare abbandonata a se stessa se non accollandosene la responsabilità. Da parte nostra ci assumiamo l’impegno di curare in questo 2008 appena iniziato un’inchiesta approfondita che entri nel merito di quanto appena esposto, faccia affiorare le responsabilità di ognuno, da ogni parte, e sia di aiuto nell’individuare le soluzioni e i correttivi possibili.






13 marzo 2007

A che gioco giochiamo?

Valerio De Paolis sul “Giornale dello Spettacolo” accusa il doppiaggio di essere la causa dello scarso successo al nostro botteghino del film “The Queen”, dal quale, dopo l’Oscar a Helen Mirren, evidentemente si aspettava qualcosa di più. Secondo De Paolis «il doppiaggio di “The Queen”, che peraltro è costato un sacco di soldi, è stato completamente sbagliato. In questa maniera è stato inficiato il risultato al box office di un film che non è stato apprezzato come poteva e doveva».

Che un distributore prenda per la prima volta in considerazione un fattore in genere negletto, sarebbe una notizia. Sarebbe una buona notizia, se non fosse che De Paolis omette di dire che il doppiaggio dei suoi film non lo cura qualcun altro, che è lui a scegliere chi lo farà, che è sempre lui a dare il “visto si stampi”. Quindi, se il doppiaggio di un suo film non funziona, lui è l’unico a saperlo prima che il film esca e può correre ai ripari. Anche la scelta di far doppiare o meno un film è tutta sua: nessuno gli impedisce di farlo uscire sottotitolato o anche senza sottotitoli. Tanto più che doppiarlo gli costa un sacco di soldi. Allora uno si domanda: chi glielo fa fare?

A meno che non stia cercando un capro espiatorio, e il vituperato doppiaggio casca a fagiolo, in un momento in cui ci si fa forti del successo di film come “Iwo Jima” o “Apocalypto”, che è vero che escono sottotitolati, ma anche qui si omette di dire che sono usciti sottotitolati anche in America, e che se anche là hanno avuto successo, è malgrado il fatto che nessuno mastichi l’antico maya o il giapponese.

 

Forse, allora, è il caso di ristabilire un po’ di verità e di fare qualche conto.

“Lettere da Iwo Jima”, uscito in Italia il 16 febbraio 2007, al 10 marzo ha incassato 581.000 euro, “The Queen” al 4 marzo ne ha incassati 1.915.000; il che, visto il genere e la diversa fama dei registi, non è un insuccesso, e comunque è andato meglio del precedente film di Frears “Lady Henderson presenta”, i cui 927.000 euro di incasso non avevano fatto tuonare la BIM contro il doppiaggio.

Di Eastwood, invece, era andato senz’altro meglio “Mystic River”, distribuito dalla BIM nel 2003, che, doppiato, aveva incassato 5.713.000 euro, ed era andato ancora meglio “Million Dollar Baby”, sempre doppiato, con un incasso di 7.786.000 euro. Questo significa forse che “Lettere da Iwo Jima” non ha al botteghino il successo che si vuol far credere, tanto più per i parametri di una distribuzione come la Warner.

Per quanto riguarda Mel Gibson, “Apocalypto”, più fortunato del film di Eastwood, ha incassato in Italia 6.600.000 euro. La sua “Passione di Cristo” ne aveva incassati 19.244.000: merito forse dell’aramaico, più familiare del maya alle nostre provinciali orecchie?

 

Per rispondere a Valerio De Paolis, non si ricorda un suo apprezzamento del doppiaggio di “Mystic River”, né di quello di “Amélie” (che pure aveva incassato 8.321.000 euro), né di quello di “Brokeback Mountains” (4.460.000 euro).

Forse la verità è che è ipocrita addossare al doppiaggio la colpa dell’insuccesso di un film, e infatti tutti si guardano bene dal riconoscergli anche i meriti. Perché sono tanti i fattori che attirano il pubblico al cinema. “Iwo Jima” in America ha incassato 13.316.000 dollari, “Apocalypto” 50.205.000. Un po’ pochino per i loro standard, ma la colpa non dev’essere della lingua, visto che “The Passion” ne aveva portati a casa 370.271.000.

 

Se il problema è che il pubblico si è stancato di vedere i film doppiati, perché De Paolis ha insistito a doppiare “Inland Empire” malgrado Lynch avesse pubblicamente detto che era contrario? Pensava forse che in originale avrebbe incassato meno dei 288.000 euro che ha faticosamente strappato? Peccato che, seppure inseguito per mesi, non abbia voluto dircelo.

In ogni caso, noi pensiamo che un buon doppiaggio aiuta un film o al limite non lo danneggia. Un cattivo doppiaggio non fa bene al film, non fa bene al pubblico, non fa bene a nessuno. È in questo senso che vuole andare il nostro contributo, perché è troppo facile, come fa Masenza (stesso articolo) condurre una guerra privata in favore della libertà di scelta della lingua originale. Sarebbe bello avere lui e gli altri critici a fianco in un’altra guerra, quella contro il cattivo doppiaggio.

Invitiamo Valerio De Paolis e gli altri a riflettere su questo.






01 marzo 2007

IL DOPPIAGGIO È MORTO?
NO, È SOLO IN UN PROMETTENTE STATO DI DECOMPOSIZIONE.

Le nuove tecnologie, dal satellite al DVD, e l’esponenziale crescita del sistema delle comunicazioni stanno operando cambiamenti radicali nel panorama della circolazione delle opere audiovisive. La riflessione che va innescata dopo oltre un anno di analisi del settore parte dalla constatazione che buona parte della comunicazione audiovisiva ultranazionale si svolge nel nostro paese mediante il doppiaggio, ovvero quella complessa operazione che nasce dallo sforzo di travasare un ordine di idee in un altro, riadattandolo e reinterpretandolo, in definitiva ricreandolo. All’interno di questo scenario, dunque, il settore doppiaggio viene investito di una duplice responsabilità: da una parte nei confronti del rispetto dell’opera degli autori originari, dall’altra verso gli spettatori cinematografici e gli utenti televisivi. Un problema culturale dunque, di elevato profilo, che investe ogni comunità linguistica.
Ecco quindi che affiorano prepotentemente questioni alle quali in primo luogo gli esperti, gli accademici, i professionisti del settore e le istituzioni sono chiamati a fornire risposte. Quali devono essere le regole del doppiaggio affinché sia garantita alle lingue e alle opere la maggiore tutela? Quale ruolo gli autori, gli artisti e le imprese di servizio devono ritagliarsi in questo nuovo scenario? Come stabilire il livello tecnico-artistico che soddisfi ogni esigenza? Quale deve essere il compito della formazione?

In realtà, al di là degli sviluppi accennati, queste domande sono le stesse che vengono poste da anni nei vari convegni che si sono succeduti e alle quali non sono mai pervenute risposte, sia dal fronte istituzionale, sia da quello della critica, sia da quello delle imprese, nella loro qualità di soggetti addetti alla trasformazione delle opere – e cioè le cosidette società di edizione – e nella loro qualità di soggetti titolari dei diritti di utilizzazione – e cioè le società di produzione e di distribuzione.

Tale assenza di considerazione critica, data da un sensibile ed evidente difetto strutturale di concentrazione, coadiuvato da una pressoché totale indifferenza in capo agli autori originari delle opere (registi e sceneggiatori), nonché ai produttori che pur tanto investono nella realizzazione dei prodotti, lascia libero il campo alla legge di mercato, che fa in modo che un’opera dietro cui c’è uno sforzo artistico, nonché – come abbiamo detto - produttivo ed economico, non irrilevante, sia doppiata in italiano al costo più basso – e quindi con gli addetti più inadeguati – con risultati che possono essere apprezzati sia sugli schermi sia sui palinsesti televisivi.

A questo panorama alquanto deprimente (fatti salvi i momenti di salutare ilarità provocati inconsapevolmente dall’esercizio stilistico spontaneo di certi addetti e dei loro mentori) va inoltre aggiunto e messo in evidenza che lo sforzo del mondo accademico di analizzare il fenomeno e di offrire un sostegno scientifico a una pratica che si muove da sempre nel basso profilo e nel pressapochismo più empirico cade pressoché nel vuoto, in quanto esiste un difetto di comunicazione che impedisce un proficuo travaso delle informazioni e quindi non riesce a collocarsi come filtro critico per giungere a una efficace decontaminazione del settore dai guasti generati dal citato libero mercato.

Questa situazione, con buona pace dei detrattori del doppiaggio, sta portando il livello qualitativo al minimo storico e porterà ben presto alla messa in discussione della sua sopravvivenza. Infatti, prendendo atto che è in corso una polverizzazione degli ascolti, data da un’offerta di prodotto sempre più cospicua e differenziata, se il plus-valore dato dal doppiaggio non dovesse essere più tale da giustificare la sua spesa, vedremo i titolari dei diritti di utilizzazione scegliere una via più economica di trasposizione, quale quella del sottotitolaggio (tanto più che nel passaggio dal tubo catodico allo schermo piatto la grandezza media della TV è aumentata da 21 a 28 pollici e quindi la lettura delle scritte è notevolmente facilitata). E allora potremo dire di aver davvero perso qualcosa, un privilegio semi-miracoloso che permetteva la seduzione totale dello spettatore alla fantasia, per guadagnare il nostro diritto di intellettuali di provincia che fingono di sapere le lingue alla visione castrata e castrante dei sottotitoli, da paese depresso.

Tale scenario un filo apocalittico potrebbe essere scongiurato, ma le misure necessarie non verranno probabilmente mai prese; infatti, perché mai le istituzioni preposte – il Dipartimento dello spettacolo del MiBAC, il Ministero delle Comunicazioni e il Ministero dell’Istruzione – dovrebbero prendere una qualche posizione che porti a delle regole di garanzia in merito a una pratica che in fondo rifila solo qualche trauma culturale in più al già cafone popolo dei minori che staziona in media solo tre ore al giorno davanti alla TV e che per il 65 per cento dei casi non legge neanche un libro l’anno? Per quale ragione le imprese di servizio del doppiaggio dovrebbero badare alla qualità, che costa, andando a certificare il proprio agire secondo un sistema di normazione riconosciuto, che costa, quando il loro cliente non sa probabilmente neanche dov’è l’Italia? Per quale oscuro motivo giornalisti e critici specializzati – tranne a quanto pare il nostro sparuto manipolo di pionieri – dovrebbero intervenire in un sistema morto di fame che vale complessivamente tra cinema, homevideo e tv solo 32/35 mln di € l’anno, a fronte dei flussi economici che coadiuva a generare, e cioè circa 750 mln di € dal cinema, circa 1.200 mln di € dall’homevideo e il 25/30 per cento delle risorse provenienti dalla pubblicità televisiva dispensati dai soci dell’UPA, a spanne ben oltre i due miliardi di euro? È raro il caso di un cane che morda il suo padrone. E infine, perché gli addetti alla catena di doppiaggio (fatte le debite sporadiche eccezioni) dovrebbero voler vedere come obbiettivo il raggiungimento di una dignità professionale e artistica quando – vittime di un senso di colpa strutturale che viene loro da una totale assenza di formazione – sono i primi a disprezzare il proprio lavoro e quello degli altri, pronti a trasformarsi in kapò non appena le clientele di turno fanno in modo di promuoverli a imprenditori?

Insomma è tipico del bel paese il non saper apprezzare le proprie peculiarità e non andare mai più in là degli aspetti folcloristici e di bottega; e quindi – salvo che la salvezza non provenga dall’esterno e cioè da un’attività europea che a forza di segnalazioni provenienti dal mondo accademico e associativo sembra invece dare un qualche segno di interesse (è stato appena varato dalla Commissione un progetto di studio sulle attività di doppiaggio nei paesi dell’Unione) – che muoia pure questa buffa pratica, una volta definita come il più alto livello di traduzione; al suo capezzale vedo già festanti i sottotitolatori masochisticamente pronti a raccogliere le briciole e a scannarsi per un posto al sole in un buio mercato che per loro si preannuncia peggiore di quello del doppiaggio; infatti, nonostante gli sforzi fatti dai sindacati per inserirli nel contratto nazionale, che per quanto li riguarda è totalmente disatteso, non è mai arrivata da parte loro né al sempre immobile Enpals (che dovrebbe raccogliere i contributi previdenziali obbligatori), né alla commissione di vigilanza per l’applicazione del CCNL una lamentela o una richiesta di tutela.

Lasciata quindi la salma del doppiaggio al suo destino permettetemi di fare un salto dalle parti del cinema italiano, anche qui guidati dall’atro lezzo di cadavere. Qualcuno si chiederà il perché: è presto detto. Pur producendo ancora – grazie al più pervicace assistenzialismo – quasi una novantina di film l’anno, il cinema italiano incassa più o meno (dipende dal successo del film panettone di turno) 200 mln di € a stagione occupando una quota di mercato che varia dal 17 al 25 per cento; risorse assolutamente insufficienti a produrre film che possano essere competitivi con quelli realizzati oltre-atlantico; infatti il costo della nostra produzione media è di sei milioni di euro a film, mentre quella statunitense supera i quaranta. Se tutto l’incasso del cinema italiano vale il costo di cinque film Usa e col costo di un film Usa si realizzano sette film italiani, viene lecito pensare allo spettatore medio che il prodotto hollywodiano sia più ricco e quindi più appetibile, ma viste le prospettive di incasso è altrettanto lecito che il produttore nostrano eviti accuratamente di investire maggiori risorse nella produzione per rendere il suo film più competitivo e preferisca restare nel suo angolino asfittico a lamentarsi perché i cattivi esercenti e i baubau delle tivù non vogliono proiettare i loro capolavori e a reclamare sempre maggiori finanziamenti pubblici. Anche stavolta la possibile soluzione viene – deduttivamente – dal paese che ha fatto di quella cinematografica la seconda industria nazionale e che all’alba dell’invenzione del sonoro da parte dell’italiano Giovanni Rappazzo si è inventato il doppiaggio per utilizzare al meglio il proprio prodotto negli altri mercati e ricavare quindi il maggiore profitto e sempre maggiori risorse per offrire prodotti, opere, sempre più appetibili.

La domanda che a questo punto sorge spontanea in un interlocutore di media intelligenza è: “Ma allora perché anche noi non facciamo la stessa cosa? Se stiamo stretti nel nostro mercato in quelle percentualine lì, portiamo i nostri film migliori nel ricco mercato Usa, li doppiamo in inglese e così accediamo a un mercato di trecento milioni di potenziali spettatori, così se lavoriamo sodo e bene ci ricamiamo una quotina del tre per cento sul mercato dell’homevideo e ci portiamo a casa quel mezzo miliardo di euro con cui rimpolpare le produzioni di cui sopra e quindi offrire sul mercato nazionale e internazionale – sempre che la creatività non abbandoni definitivamente gli autori italiani - film sempre più appetibili!” Purtroppo l’intelligenza media non sembra essere un dono comune e quindi questa semplice equazione deve da anni trovare la sua applicazione pratica. Accontentiamoci di riflettere sul Polanski-pensiero, quando afferma che il doppiaggio in America non può funzionare in quanto – a suo dire – i popoli mediterranei quando si parlano si guardano negli occhi, mentre quelli di origine sassone si guardano la bocca. Amen.






12 dicembre 2005

È LA STAMPA, BELLEZZA

Da oggi, 12 dicembre 2005, siamo in rete e parleremo di cinema, home entertainment e tv, ma da un punto di vista particolare, quello del doppiaggio.

Come gli addetti sanno bene il termine “a sinc” significa che la colonna doppiata sovrapposta al film originale è incisa in modo ottimale e che i movimenti delle labbra degli attori sulla scena – grazie ai testi scritti e adattati dal dialoghista – coincidono con le parole pronunciate dagli attori doppiatori. Ci è sembrato un buon auspicio.

Annunciata a settembre in occasione del festival del doppiaggio Voci nell’Ombra va ora in linea, seppur con non molti contenuti, per potersi confrontare sin da subito con la platea dei suoi potenziali lettori e per svilupparsi in sintonia con le esigenze che si andranno man mano evidenziando.

aSinc va a colmare un vuoto strutturale nel panorama italiano della critica alle opere cinematografiche e audiovisive, quello della qualità del doppiaggio, una pratica che rende fruibile alla totalità del pubblico ogni anno circa 300 film stranieri, che rappresentano circa l’80 per cento degli incassi al botteghino, circa l’85 per cento del mercato homevideo e oltre il 75 per cento delle opere, tra fiction e documentari, trasmesse dalle emittenti TV. Un’assenza che nel corso degli anni ha contribuito a permettere il degrado professionale e qualitativo nel settore, dominato da un mercato confuso se non deregolamentato, a tutto scapito del pubblico, tra cui vediamo i minori, grandi “utilizzatori” di film e fiction, assorbire modelli culturali spesso discutibili.

aSinc si pone l’obbiettivo di fare informazione sulla realtà del settore, di individuare le politiche necessarie alla sua salvaguardia e al suo sviluppo, di rivalutare la dignità professionale degli addetti, di dare l’avvio alla costituzione di un archivio storico delle recensioni delle opere doppiate (con un occhio alle altre metodologie di trasposizione linguistica) a disposizione del pubblico italiano e straniero – sempre più sensibile al fattore qualità – a miglior tutela di un’attività così significante per la cultura italiana e per l’industria dell’intrattenimento nazionale e non.

Partecipano a quest’avventura, in qualità di Garanti, anche un gruppo di studiosi e di esperti che hanno a cuore la materia, i quali avranno il più ampio spazio a disposizione per tracciare linee di indirizzo ed esprimere considerazioni generali e particolari.

 

 

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